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1798–1837

CCL – De Rossi

Giacomo Leopardi

Prendi, mi disse Amore, Questo arco feritore, Di cui ti lagni tanto; Spezzalo pur, se vuoi:

Quando quest'arco è infranto Cessano i mali tuoi. Incauto giovinetto, D'Amor l'offerta accetto;

E in cento modi e cento Spezzar quell'arco tento. Ma ogni forza mortale Contro quell'arco è frale.

Cercando allor men vo Chi diami a l'uopo aita. L'arco a lo Sdegno do: Quegli con mano ardita

Franco l'opra intraprende: Ma intatto poi mel rende. A Gelosia lo porto: E coll'arida mano

L'avea colei già torto. Io n'esulto: ma invano; Ché forte più di pria Mel rende Gelosia.

Volgo al Capriccio i preghi; Che a l'impresa s'accinge. L'arco per che si pieghi Mentre colui lo stringe:

Oh breve contentezza! Lo piega, e non lo spezza. Allor le Muse invoco: Arso quell'arco indegno

Spero dal sacro fuoco Che m'accende l'ingegno. Ma è van che a quelle esprima I miei tormenti in rima.

Così passando gli anni Fra tristezza ed affanni, Alfin le bianche brine Caddero sul mio crine:

Vecchiezza, che la mio fianco Mosse il piè lento e stanco, Vide quell'arco, rise, Lo spezzò, lo divise.

Or l'empio fanciulletto Impaziente aspetto; Ché de' trionfi miei Farlo certo vorrei.

Ma indarno, oh Dio, lo bramo, Indarno a me lo chiamo: Passa lunge, e qual vento Da gli occhi miei si fura;

Ed or che nol pavento, Ei più di me non cura.

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