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1798–1837

CCIX – Pignotti

Giacomo Leopardi

D'un rio sul verde margine, In florido giardino, Su siepe amena stavano La rosa e il gelsomino:

Che con piacer specchiandosi Entro de l'onde chiare, Insiem de' propri meriti Presero a ragionare.

I fior diletti a Zefiro Noi siam, dicea la rosa: Noi sceglie sol, per tessere Ghirlande a la sua sposa.

Alcun non è che uguaglici, Alcun non ci somiglia, Fra tutta la più nobile De' fior vaga famiglia.

Leggiadri ed odoriferi Noi siamo; è a noi permesso Di lusingare e molcere Due sensi a un tempo istesso.

Punta la dolce invidia, Ben mille volte e mille Il mio cor desidera Fin la vezzosa Fille,

Quando davanti al lucido Fido cristal si pone, E a la sua guancia accostami Per fare il paragone.

Noi l'auree chiome a cingere Siamo su gli altri eletti, O i palpitanti a premere Turgidi eburnei petti:

Trattati ognor da morbide E delicate mani, D'Amor spesso partecipi De' più soavi arcani.

In somma, o tra l'ombrifere Piante, o tra l'erbe e i fiori, Non v'è chi al nostro merito Non ceda i primi onori.

I detti lusinghevoli Con gioia altera intese Il fior stellato e candido, E poi così riprese:

Vedi là quell'altissima Deforme quercia annosa? Guarda che foglie ruvide, Che scorza atra e callosa.

Chi mai qui presso posela? La semplice sua vista, Se in parte non deturpami, Almeno mi rattrista.

Ella, come sel merita, Da la callosa mano Trattata è sol del rustico Durissimo villano.

Tra l'opre sue mirabili Certo sbagliò Natura A produr così zotica Pianta, sì rozza e dura.

In vece d'olmi e frassini, Di querce, abeti e pini, Crear sol di dovevano E rose e gelsomini.

Scosse la nobil arbore Le chiome maestose, E a le arroganti e garrule Voci così rispose:

Frenate i detti frivoli, O meschinelli, o vani; Ché forse il vostro pregio Non giungerà a domani.

Tanti morire e nascere Su questa piaggia amena Di voi vid'io, ch'esistere Voi mi sembrate appena.

Solo per pompa inutile Del suol voi siete nati; Quasi a un tempo medesimo E colti ed obliati.

Io da la spessa grandine, Io da gli estivi ardori Presto un grato ricovero Al gregge ed ai pastori.

Co' miei rami prolifici Son già cent'anni e cento Ch'io porgo un util pascolo Al setoloso armento.

E quando fiacca ed arida, Sarò a morir vicina, Spero di sopravvivere Anche a la mia ruina.

Del minaccioso oceano Andrò solcando l'onde, E tornerò poi carica Di merci a queste sponde.

E voi, che siete, o miseri, Da tutti oggi odorati; Domani, guasti e putridi, Sarete calpestati.

Del saggio arbor non erano Compiti i detti appieno, Che i fior già cominciavano Languidi a venir meno.

Già inariditi perdono Il lucido colore; E al suol negletti cadono, Sformati e senza odore.

Tu che, qual bruto ruvido, Ogni uom di senno spregi, Lesbin, se non adornasi De' tuoi galanti fregi;

Ne' miei fior la tua imagine Non vedi al vivo espressa? La vedrai tosto: aspéttati Tu ancor la sorte istessa.

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