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1798–1837

CCIII – Cesarotti

Giacomo Leopardi

Vola colà dove, in dipinte logge D'ampio teatro le beltà raccolte, Più spettacol si fan che spettatrici. Quanta messe amorosa! Ei la divora

Tutta con l'alma, che divisa e sparsa, Liba i labbri di Silvia, e siede a l'ombra Del bel ciglio di Nice; a Cloe tra i crini Scherza, e striscia, e si perde a Fille in seno.

Vuol tutte a un punto; e d'un sospiro istesso Il principio è per Delia, il fin per Clori. Colore, aspetto, ingegno, età diversa Ugualmente l'alletta. Aria vivace

Gli dà baldanza, ritrosia l'irrita, Spirto accorto l'adesca; e se riscontra Pavido sguardo di gentil fanciulla In cui candore ed innocenza alberghi,

Tosto la vana idea gli empie la mente Di segnar de le prime amorose orme Quel core intatto; e di veder già pargli Modestia che, sedotta e palpitante,

Le difese abbandona, e invan s'asconde Dietro un leggero focosetto velo, Che più che di vergogna è di desio. Così scorrendo ognor di bella in bella,

Pago non è se trionfante in Gnido Non entra, e cinto de l'idalio mirto, Conquistator de l'amoroso regno. Miser: che sempre di piaceri in caccia,

Gli sfuggon sempre; in un forato vaso Versa un'onda infinita; e quasi a un punto Gli germogliano in cor diletto e noia Sfasciasi intanto il corpo; e move il passo

Affrettata vecchiezza. Il van desio, Che sopravvive a le defunte membra, Lo fa segno di scherni: e al fin consegna De la sua vita gli spossati avanzi

A vergogna, a rimorsi, a doglie in preda.

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