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1798–1837

CCII – Cesarotti

Giacomo Leopardi

Ecco al suo sguardo, del gran Genio a i cenni, Mostrarsi Atene, luminoso misto Di difetti e virtù; d'eroi nudrice, Punitrice d'eroi; leggiera e grande;

Solo in suo danno del parlar regina; Sempre ondeggiante in popolar procella, Sempre discorde; zelatrice ardente Di libertade, a libertade inetta;

Splendida madre e forsennata amante D'arti ah per lei troppo leggiadre e belle, Che in alto soavissimo letargo L'immerser tutta, onde poi scossa indarno

Al suon de la guerriera emazia tromba Svegliossi in braccio di fatal servaggio. Rimpetto a lei la sua rivale altera, Feroce apparve di virtù selvagge,

La dura Sparta, mormorando esempio Di quanto possa di robusta mente Ardito genio, che con forza afferra Alto principio di civil governo,

E le disperse e mal composte parti A quello trae con violenta destra, Ed in un tutto armonico le annoda Tenacemente, e abbatte e svelle e spezza

Senza pietà quanto ripugna ed osta A i maschi sforzi de la man sovrana. Sparta, che a tutte passioni umane, Di natura stupor, travolve il corso;

Ed amistade, umanitade e sangue Doma e calpesta, ed a la patria n'erge Atroce ed ammirabile trofeo, E l'uom fa fera per cangiarlo in nume.

Ma senza sforzi e violente prove, Quasi del suol latin spontaneo frutto, Mira, il Genio dicea, semplice e bella, Far di se mostra la virtù di Roma.

Roma, che de la Fama ancor già spenta Tutta riempie la capace tromba: Roma, di tutte l'arti alta maestra Di conquistar, di conservar gl'imperi:

Che, a forza d'indomabile costanza, Dietro il suo carro incatenò Fortuna; E, a tempo e norma, or generosa or aspra Or audace or accorta, e grande ognora;

D'occasion gl'impercettibil punti Preparando o cogliendo, e misto a forza Pieghevol senno, ed a virtudi eccelse Vizi abbaglianti ed a virtù simili;

Fe l'universo, attonito e sorpreso Di rimirarsi sua provincia fatto Per insensibil via, baciar contento Le sue felici e splendide catene.

Fatal grandezza, che il vigor vitale De i gran principii, e de le leggi antiche, Stemprò, disperso in sì remote parti: Ché troppo denso impenetrabil velo

Tra il guardo altier d'imperiosi duci, E de la patria l'adorata immago, Frapponean l'Alpi; e si perdea la voce De l'alme leggi, in tanti mari assorta.

Quindi l'incauta plebe, e le superbe Italiche città che diero a Roma Larve di cittadini, e compri voti; Vile si fer d'ambizion strumento:

Onde l'antico salutar conflitto De i dritti alterni de i diversi corpi, Rotto il costante ed equilibre moto, Ch'era di libertà fermento e vita,

Cangiossi in aspra e torbida tempesta; Ov'ella giacque, in alto mar funesto Di gran sangue civil naufraga e spenta. O maestà latina, o sacro nome,

O tesoro di gloria, o sudor vani, O cento lustri e più d'alte virtudi, A che giungeste! Ecco depreda il frutto Di tante imprese, e le midolle e il sangue

Bee de lo stato, e lo dinerba e spolpa La tirannia, quell'esecrabil mostro Di cento braccia, e di sanguigna bocca Divoratrice di giustizia e leggi;

Cui vomitò da i baratri profondi, Per far la terra a se simil, l'Inferno. Tarda verrà, ma verrà pur, vendetta (Se non che troppo a cor romano acerba),

Ombre de' prischi eroi, cui fu di morte Più che di servitù, dolce l'aspetto. Già di feroci popoli selvaggi Soffia il freddo Aquilon torbido nembo,

Pregno di stragi, che pei larghi vòti De lo sconnesso e vacillante impero Piomba con rovinoso orrido scroscio. E quel colosso smisurato, enorme,

Che, guasto già da mille vizi interni, Con forza no, ma si reggea col peso, Cade prostrato, e colle sparse membra Ricopre il mondo, che copria coll'ombra.

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