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1798–1837

CANTO TERZO

Giacomo Leopardi

Intanto Rubatocchi avea ridotte Le sue schiere in Topaia a salvamento, Dove per più d'un giorno e d'una notte Misto fu gran dolor con gran contento.

Chi gode in riveder, chi con dirotte Lacrime chiama il suo fratello spento, Altri il padre o il marito, altri la prole, Altri del regno e dell'onor si dole.

Era Topaia, acciò che la figura E il sito della terra io vi descriva, Tutta con ammirabile struttura Murata dentro d'una roccia viva,

La qual era per arte o per natura Cavata sì che una capace riva Al Sol per sempre ed alle stelle ascosta Nell'utero tenea come riposta.

Ricordivi a ciascun se la montagna Che d'Asdrubale il nome anche ritiene, Là 've Livio e Neron per la campagna Sparser dell'Affrican l'armi e la spene,

Varcaste per la strada ove compagna L'eterea luce al viator non viene, Sotterranea, sonora, onde a grand'arte Schiuso è il monte dall'una all'altra parte:

O se a Napoli presso, ove la tomba Pon di Virgilio un'amorosa fede, Vedeste il varco che del tuon rimbomba Spesso che dal Vesuvio intorno fiede,

Colà dove all'entrar subito piomba Notte in sul capo al passegger che vede Quasi un punto lontan d'un lume incerto L'altra bocca onde poi riede all'aperto:

E queste avrete immagini bastanti Del loco ove Topaia era fondata, La qual per quattro bocche a quattro canti Della montagna posta avea l'entrata,

Cui turando con arte a tutti quanti Chiusa non sol ma rimanea celata, In guisa tal che la città di fuore Accusar non potea se non l'odore.

Dentro palagi e fabbriche reali Sorgean di molto buona architettura, Collegi senza fine ed ospedali Vòti sempre, ma grandi oltre misura,

Statue, colonne ed archi trionfali, E monumenti alfin d'ogni natura. Sopra un masso ritondo era il castello Forte di sito a maraviglia e bello.

Come chi d'Apennin varcato il dorso Presso Fuligno, per la culta valle Cui rompe il monte di Spoleto il corso Prende l'aperto e dilettoso calle,

Se il guardo lieto in su la manca scorso Leva d'un sasso alle scoscese spalle, Bianco, nudato d'ogni fior, d'ogni erba, Vede cosa onde poi memoria serba,

Di Trevi la città, che con iscena D'aerei tetti la ventosa cima Tien sì che a cerchio con l'estrema schiena Degli estremi edifizi il piè s'adima;

Pur siede in vista limpida e serena E quasi incanto il viator l'estima, Brillan templi e palagi al chiaro giorno, E sfavillan finestre intorno intorno;

Cotal, ma privo del diurno lume Veduto avreste quel di ch'io favello, Del polito macigno in sul cacume Fondato solidissimo castello,

Ch'al margine affacciato oltre il costume Quasi precipitar parea con quello. Da un lato sol per un'angusta via Con ansia e con sudor vi si salia.

Luce ai topi non molto esser mestieri Vede ciascun di noi nella sua stanza, Che chiusi negli armadi e nei panieri Fare ogni lor faccenda han per usanza,

E spente le lucerne e i candelieri Vengon poi fuor la notte alla lor danza. Pur se luce colà si richiedea Talor, con faci ognun si provvedea.

D'Ercolano così sotto Resina, Che d'ignobili case e di taverne Copre la nobilissima ruina, Al tremolar di pallide lucerne

Scende a veder la gente pellegrina Le membra afflitte e pur di fama eterne, Magioni e scene e templi e colonnati Allo splendor del giorno ancor negati.

Certo se un suol germanico o britanno Queste ruine nostre ricoprisse, Di faci a visitar l'antico danno Più non bisogneria ch'uom si servisse,

E d'ogni spesa in onta e d'ogni affanno Pompei, ch'ad ugual sorte il fato addisse, All'aspetto del Sol tornata ancora Tutta, e non pur sì poca parte fora.

Vergogna sempiterna e vitupero, D'Italia non dirò, ma di chi prezza Disonesto tesor più che il mistero Dell'aurea antichità porre in chiarezza,

E riscossa di terra allo straniero Mostrare ancor l'italica grandezza. Lor sia data dal ciel giusta mercede, Se pur ciò non indarno al ciel si chiede.

E mercè s'abbia non di riso e d'ira, Di ch'ebbe sempre assai, ma d'altri danni L'ipocrita canaglia, onde sospira L'Europa tutta invan tanti e tanti anni

I papiri ove cauta ella delira, Scacciando ognun, su i mercenari scanni; Razza a cagion di cui mi dorrebb'anco Se boia e forche ci venisser manco.

Tornando ai topi, a cui dagli scaffali Di questi furbi agevole è il ritorno, Vincea Topaia allor le principali Città dal tramontano al mezzogiorno,

O rare assai fra quelle aveva uguali, proprio de' topi e natural soggiorno, Là dove consistea massimamente Il regno e il fior della topesca gente.

Perché lunge di là stabil dimora Avean pochi o nessun di lor legnaggio, Salvo in colonie, ove soleano allora Finir le genti or questo or quel viaggio.

Ciò ben sapete lungo tempo ancora Più d'un popolo usò civile e saggio: Chiudea sola una cerchia un regno intero, Che per colonie distendea l'impero.

Potete immaginar quale infinita Turba albergò Topaia entro sue mura. Di Statistica ancor non s'era udita La parola a quei di per isventura,

Ma di più milioni aver compita Color la quantità s'ha per sicura Sentenza, e con Topaia oggi si noma Ninive e Babilonia e Menfi e Roma.

Tornato dunque, come sopra ho detto, L'esercito de' topi alla cittade, E cessato il picchiar le palme e il petto Pei caffè, per le case e per le strade,

Cedendo all'amor patrio ogni altro affetto, Od al timor, come più spesso accade, Del ritorno a cercar del messaggero Fu volto con le lingue ogni pensiero.

Perché parea che nel saper l'intento Degl'inimici consistesse il tutto, E fosse senza tal conoscimento Ogni consiglio a caso e senza frutto,

Né trattar del durabil reggimento Del regno aver potesse alcun costrutto, Se la tempesta pria non si quetasse Ch'ogni estremo parea che minacciasse.

Ma per quei giorni sospirata invano La tornata del conte alla sua terra, Il qual, venuto a fera gente in mano, Regii cenni attendea prigion sotterra,

Crescendo dell'ignoto e del lontano L'ansia e la tema, ed a patir la guerra Parendo pur, se guerra anco s'avesse, Che lo stato ordinar si richiedesse;

Giudicò Rubatocchi e i principali Della città con lui, di non frapporre Più tempo, né dar loco a novi mali, Ma prestamente il popolo raccorre,

E le gravi materie e capitali Del reggimento in pubblico proporre, Sì ch'ai rischi di fuor tornando l'oste Dentro le cose pria fosser composte.

Ben avria Rubatocchi, e per le molte Parentele sue nobili e potenti, E perché de' soldati in lui rivolte Con amor da gran tempo eran le menti,

E per quel braccio che dal mondo tolte Cotante avea delle nemiche genti, Potuto ritener quel già sovrano Poter che il fato gli avea posto in mano.

E spontanei non pochi a lui venendo Capi dell'armi e principi e baroni, Confortandolo giano ed offerendo Se pronti a sostener le sue ragioni.

Ma ributtò l'eroe con istupendo Valor le vili altrui persuasioni, E il dar forma allo stato e il proprio impero Nell'arbitrio comun rimise intero.

Degno perciò d'eterna lode, al quale Non ha l'antica e la moderna istoria Altro da somigliar non ch'altro uguale, Quanto or so rinvenir con la memoria,

Fuor tre d'inclita fama ed immortale, Timoleon corintio ed Andrea Doria, In sul fianco di qua dall'oceano, E Washington dal lato americano.

Dei quali per pudor, per leggiadria Vera di fatti e probità d'ingegno, Negar non vo né vo tacer che sia Quantunque italian Doria il men degno,

Ma perfetta bontà non consentia Quel secolo infelice, ov'ebbe regno Ferocia con arcano avvolgimento, E viltà di pensier con ardimento.

Deserto è la sua storia, ove nessuno D'incorrotta virtude atto si scopre, Cagion che sopra ogni altra a ciascheduno Fa grato il riandar successi ed opre;

Tedio il resto ed obblio, salvo quest'uno Sol degli eroici fatti alfin ricopre, Del cui santo splendor non è beato Il deserto ch'io dico in alcun lato.

Maraviglia è colà che s'appresenti Maurizio di Sassonia alla tua vista, Che con mille vergogne e tradimenti Gran parte a' suoi di libertade acquista,

Egmont, Orange, a lor grandezza intenti Lor patria liberando oppressa e trista, E quel miglior che invia con braccio forte Il primo duca di Firenze a morte.

Né loco d'ammirar vi si ritrova, Se d'ammirar colui non vi par degno, Che redando grandezze antiche innova, Non già virtudi, e che di tanto regno

Se minor dimostrando in ogni prova, Par che mirar non sappia ad alcun segno, Cittadi alternamente acquista e perde, E il fior d'Europa in Africa disperde.

Non di cor generoso e non abbietto, Non infedel né pio, crudo né mite, Non dell'iniquo amante e non del retto, Or servate promesse ed or tradite,

Al grande, al bel non mai volto l'affetto, Non agevoli imprese e non ardite, Due prenci imprigionati in suo potere Né liberi sa far, né ritenere.

Alfin di tanto suon, tanta possanza Nessuno effetto riuscir si vede, Anzi il gran fascio che sue forze avanza Gitta egli stesso e volontario cede,

La cui mole che invan passò l'usanza Divide e perde infra più d'uno erede; Poi chiuso in monacali abiti involto Gode prima che morto esser sepolto.

O costanza, o valor de' prischi tempi! Far gran cose di nulla era vostr'arte, Nulla far di gran cose età di scempi Apprese da quel dì che il nostro marte

Costantin, pari ai più nefandi esempi, Donò col nostro scettro ad altra parte. Tal differenza insiem han del romano Vero imperio gli effetti, e del germano.

Non d'onore appo noi, ma d'odio e sdegno Han gara i sommi di quel secol bruno. Né facilmente a chi dovuto il regno Dell'odio sia giudicherebbe alcuno,

Se tu, portento di superbia e pegno D'ira del ciel, non superassi ognuno, O secondo Filippo, austriaca pianta, Di cui Satan maestro ancor si vanta.

Tant'odio quanto è sul tuo capo accolto De' tuoi pari di tempo e de' nepoti, Altro mai non portò vivo o sepolto, O ne' prossimi giorni o ne' remoti.

Tu nominato ogni benigno volto Innaspri ed ogni cor placido scoti, Stupendo in ricercar nell'ira umana La più vivace ed intima fontana.

Dopo te quel grandissimo incorono Duca d'Alba che quasi emulo ardisce Contender teco, e il general perdono, Tutti escludendo, ai Batavi bandisce.

Nobile esempio e salutar, che al trono De' successori tuoi tanto aggradisce, A cui d'Olanda il novo sdegno e il tanto Valor si debbe ed il tuo giogo infranto.

Ma di troppo gran tratto allontanato Son da Topaia, e là ritorno in fretta, Dove accolto, o lettori, in sul mercato Un infinito popolo m'aspetta,

Che un infinito cicalar di stato Ode o presume udir, loda o rigetta, E si consiglia o consigliarsi crede, E fa leggi o di farle ha certa fede.

Chi dir potria le pratiche, i maneggi, Le discordie, il romor, le fazioni Che soglion accader quando le greggi Procedono a sì fatte elezioni,

Per empier qual si sia specie di seggi, Non che sforniti rifornire i troni? Tutto ciò fra coloro intervenia, E da me volentier si passa via.

E la conclusion sola toccando, Dico che dopo un tenzonare eterno All'alba ed alle squille, or disputando Dello stato di fuori, or dell'interno,

Novella monarchia fu per comando Del popol destinata al lor governo: Una di quelle che temprate in parte Son da statuti che si chiaman carte.

Se d'Inghilterra più s'assomigliasse Allo statuto o costituzione, Com'oggi il nominiamo, o s'accostasse A quel di Francia o d'altra nazione,

Con parlamenti o corti alte o pur basse, Di pubblica o di regia elezione, Doppio o semplice alfin, come in Ispagna, Lo statuto de' topi o carta magna,

Da tutto quel che degli antichi ho letto Dintorno a ciò, raccor non si potria. Questo solo affermar senza sospetto D'ignoranza si può né di bugia,

Essere stato il prence allora eletto Da' topi, e la novella signoria, Quel che, se in verso non istesse male, Avrei chiamato costituzionale.

Deputato a regnar fu Rodipane, Genero al morto re Mangiaprosciutti. Così quando Priamo alle troiane Genti e di sua radice i tanti frutti

Mancàr, fuggendo a regioni estrane Sotto il genero Enea convenner tutti: Perché di regno alfin sola ci piace La famiglia real creder capace.

E quella estinta, i prossimi di sangue E poscia ad uno ad un gli altri parenti Cerchiam di grado in grado insin che langue Il regio umor negli ultimi attenenti.

Né questo in pace sol, ma quando esangue Il regno è omai per aspri trattamenti, Al lor per aspra e sanguinosa via Ricorre in armi a nova dinastia.

E quando per qualunque altra occorrenza Mutando stato il pristino disgombra, Di qualche pianta di real semenza Sempre s'accoglie desioso all'ombra.

Qual pargoletto che rimasto senza La gonna che il sostiene e che l'adombra, Dopo breve ondeggiar tosto col piede, Gridando, e con la man sopra vi riede.

O come ardita e fervida cavalla Che di mano al cocchier per gioco uscita, A gran salti ritorna alla sua stalla, Dove sferza, e baston forse, l'invita;

O come augello il vol subito avvalla Dalle altezze negate alla sua vita, Ed alla fida gabbia ove soggiorna Dagli anni acerbi, volontario torna.

Re cortese, per altro, amante e buono Veggo questo in antico esser tenuto, Memore ognor di quando appiè del trono Soggetto infra soggetti era vissuto:

Al popol in comun per lo cui dono, E non del cielo, al regno era venuto, Riconoscente; e non de' mali ignaro Di questo o quel, né di soccorso avaro.

E lo statuto o patto che accettato Dai cittadini avea con giuramento, Trovo che incontro allo straniero armato Difese con sincero intendimento,

Né perché loco gliene fosse dato, Di restarsene sciolto ebbe talento. Di questo, poi che la credenza eccede, Interpongo l'altrui, non la mia fede.

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