Più che mezze oramai l'ore notturne Eran passate, e il corso all'oceano Inchinavan pudiche e taciturne Le stelle, ardendo in sul deserto piano.
Deserto al topo in ver, ma le diurne Cure sopian da presso e da lontano Per boschi, per cespugli ed arboscelli Molte fere terrestri e molti uccelli.
E biancheggiar tra il verde all'aria bruna, Or ne' campi remoti, or su la via, Or sovra colli qua e là più d'una Casa d'agricoltor si discopria;
E di cani un latrar da ciascheduna Per li silenzi ad or ad or s'udia, E rovistar negli orti; e nelle stalle Sonar legami e scalpitar cavalle.
Trottava il conte al periglioso andare Affrettando co' suoi le quattro piante, A piedi intendo dir, che cavalcare Privilegio è dell'uomo, il qual di tante
Bestie che il suol produce e l'aria e il mare, Sol per propria natura è cavalcante, Come, per conseguenza ragionevole, Solo ancor per natura è carrozzevole.
Era maggio, che amor con vita infonde, E il cuculo cantar s'udia lontano, Misterioso augel, che per profonde Selve sospira in suon presso che umano,
E qual notturno spirto erra e confonde Il pastor che inseguirlo anela invano, Né dura il cantar suo, che in primavera Nasce e il trova l'ardor venuto a sera.
Come ad Ulisse ed al crudel Tidide, Quando ai novi troiani alloggiamenti Ivan per l'ombre della notte infide, Rischi cercando e insoliti accidenti,
Parve l'augel che si dimena e stride, Segno, gracchiando, di felici eventi Arrecar da Minerva, al cui soccorso L'uno e l'altro, invocando, era ricorso;
Non altrimenti il topo, il qual solea Voci e segni osservar con molta cura, Non so già da qual nume o da qual dea Topo o topessa o di simil natura,
Sperò certo, e mestier gliene facea Per sollevare il cor dalla paura, Che il cuculo, che i topi han per divino, Nunzio venisse di non reo destino.
Ma già dietro boschetti e collicelli Antica e stanca in ciel salia la luna, E su gli erbosi dorsi e i ramuscelli Spargea luce manchevole e digiuna,
Né manifeste l'ombre a questi e quelli Dava, né ben distinte ad una ad una; Le stelle nondimen tutte copria, E desiata al peregrin venia.
Pur, come ai topi il lume è poco accetto, Di lei non molto rallegrossi il conte, Il qual trottando a piè, siccome ho detto, Ripetea per la valle e per lo monte
L'orme che dianzi, di fuggir costretto, Impresse avea con zampe assai più pronte, E molti il luogo or danni ora spaventi Di quella fuga gli rendea presenti.
Ma pietà sopra tutto e disconforto Moveagli, a ciascun passo in sul cammino, O poco indi lontan, vedere o morto O moribondo qualche topolino,
Alcun da piaghe ed alcun altro scorto Dalla stanchezza al suo mortal destino, A cui con lo splendor languido e scemo Parea la luna far l'onore estremo.
Così, muto, volgendo entro la testa Profondi filosofici pensieri, E chiamando e sperando alla funesta Discordia delle stirpi e degl'imperi
Medicina efficace intera e presta Dai giornalisti d'ambo gli emisferi, Tanto andò, che la notte a poco a poco Cedendo, al tempo mattutin diè loco.
Tutti desti cantando erano i galli Per le campagne, e gli augelletti ancora Ricominciando insiem gli usati balli Su per li prati al mormorar dell'ora,
E porporina i sempiterni calli Apparecchiava al dì la fresca aurora, Né potea molto star che all'orizzonte Levasse il re degli anni alta la fronte;
Quando da un poggio il topo rimirando Non molto avanti in giù nella pianura, Vide quel che sebbene iva cercando, Voluto avria che fosse ancor futura
La vista sua, ch'or tutto l'altro in bando Parve porre dal cor che la paura, Non sol per sé, ma parte e maggiormente Perché pria del creduto era presente.
Vide il campo de' granchi, il qual fugate Ch'ebbe de' topi le vincenti schiere, Ver Topaia là dove indirizzate S'eran le fuggitive al suo parere,
Deliberossi, andando a gran giornate, Dietro quelle condurre armi e bandiere; E seguitando lor, men d'una notte Distava ond'esse il corso avea condotte.
Tremava il conte, e già voltato il dosso Aveano i servi alla terribil vista, E muro non avria, non vallo o fosso Tenuto quella gente ignava e trista;
Ma il conte sempre all'onor proprio mosso, Come fortezza per pudor s'acquista, Fatto core egli pria, sopra si spinse Gridando ai servi, ed a tornar gli strinse.
E visto verdeggiar poco lontano Un uliveto, entràr subito in quello, E del verde perpetuo con mano O con la bocca colto un ramicello,
E sceso ciaschedun con esso al piano, Sentendo un gelo andar per ogni vello, E digrignando per paura i denti, Vennero agl'inimici alloggiamenti.
Non se n'erano appena i granchi accorti, Quando lor furo addosso, e con gli ulivi Stessi, senza guardar dritti né torti, Voleangli ad ogni patto ingoiar vivi,
O gli avrian per lo men subito morti, Se in difesa de' miseri e cattivi Non giungeva il parlar, che con eterna Possanza il mondo a suo piacer governa.
Perché, quantunque barbaro e selvaggio Dei granchi il favellar, non fu celato Al conte, ch'oltre al far più d'un viaggio, Sendo per diplomatico educato,
Com'or si dice, aveva ogni linguaggio Per istudio e per pratica imparato, E i dialetti ancor di tutti quanti, Tal ch'era nelle lingue un Mezzofanti.
Dunque con parolette e con ragioni A molcer cominciò quei ferrei petti, Che da compagni mai né da padroni Appreso non avean sì dolci detti,
Né sapean ch'altra gente i propri suoni Parlar potesse dei lor patrii tetti, E si pensaro andar sotto l'arnese Di topo un granchiolin del lor paese.
Per questo e per veder che radicati Leccafondi in sul naso avea gli occhiali, Arme che in guerra mai non furo usati Né gli uomini portar né gli animali,
Propria insegna ed onor di letterati Essendo dal principio, onde ai mortali Più d'iride o d'olivo o d'altro segno Di pace e sicurtà son certo pegno,
Dal sangue per allor di quegli estrani Di doversi astener determinaro; E legati così come di cani O di qualche animal feroce o raro
Non fecer mai pastori o cerretani, A sghembo, all'uso lor, gli strascinaro Al General di quei marmorei lanzi, Gente nemica al camminare innanzi.
Brancaforte quel granchio era nomato, Scortese a un tempo e di servile aspetto; Dal qual veduto il conte e dimandato Chi fosse, onde venuto, a quale effetto,
Rispose che venuto era legato Del proprio campo, e ben legato e stretto Era più che mestier non gli facea, Ma scherzi non sostien l'alta epopea.
E seguitò che s'altri il disciogliesse, Mostrerebbe il mandato e le patenti. Per questo il General non gli concesse Ch'a strigarlo imprendessero i sergenti,
E perché legger mai non gli successe, Eran gli scritti a lui non pertinenti, Ma chiese da chi date ed in qual nome Assunte avesse l'oratorie some.
E quel dicendo che de' topi il regno, Per esser nella guerra il re defunto, E non restar di lui successor degno, Deliberato avria sopra tal punto
Popolarmente, e che di fede il segno Rubatocchi al mandato aveva aggiunto, Il qual per duce, e lui per messaggero Scelto aveva a suffragi il campo intero;
Gelò sotto la crosta a tal favella, Popol, suffragi, elezioni udendo, Il casto lanzo, al par di verginella A cui con labbro abbominoso orrendo
Le orecchie tenerissime flagella Fango intorno e corrotte aure spargendo, Oste impudico o carrozzier. Si tinge Ella ed imbianca, e in sé tutta si stringe.
E disse al conte: Per guardar ch'io faccia, Legittimo potere io qui non trovo. Da molti eletto, acciò che il resto io taccia, Ricever per legato io non approvo.
Poscia com'un che dal veder discaccia Scandalo o mostro obbrobrioso e novo, Tor si fe quindi i topi, ed in catene Chiuder sotterra e custodir ben bene.
Fatto questo, mandò significando Al proprio re per la più corta via L'impensata occorrenza, e supplicando Che comandasse quel che gli aggradia.
Era quel re, per quanto investigando Ritrovo, un della terza dinastia Detta de' Senzacapi, e in su quel trono Sedea di nome tal decimonono.
Rispose adunque il re, che nello stato Della sedia vacante era l'eletto Del campo ad accettar come legato; Tosto quel regno o volontario o stretto
Creasse altro signor; nessun trattato Egli giammai, se non con tal precetto, Conchiudesse con lor; d'ogni altro punto Facesse quel che gli era prima ingiunto.
Questo comando al General pervenne Là 've lui ritrovato aveva il conte, Perché quivi aspettando egli sostenne Quel che ordinasse del poter la fonte,
Al cui voler, com'ei l'avviso ottenne, L'opere seguitàr concordi e pronte; Trasse i cattivi di sotterra e sciolse, E sciolto il conte in sua presenza accolse.
Il qual, ricerco, espose al Generale Di sua venuta le ragioni e il fine, Chiedendo qual destin, qual forza o quale Violazion di stato o di confine,
Qual danno della roba o personale, Qual patto o lega, o qual errore alfine Avesse ai topi sprovveduti e stanchi Tratto in sul capo il tempestar de' granchi.
Sputò, mirossi intorno e si compose Il General dell'incrostata gente; E con montana gravità rispose In questa forma, ovver poco altramente:
Signor topo, di tutte quelle cose Che tu dimandi, non sappiam niente, Ma i granchi, dando alle ranocchie aiuto Per servar l'equilibrio han combattuto.
Che vuol dir questo? ripigliava il conte: L'acque forse del lago o del pantano, O del fosso o del fiume o della fonte Perder lo stato ed inondare il piano,
O venir manco, o ritornare al monte, O patir altro più dannoso e strano Sospettavate, in caso che la schiatta Delle rane da noi fosse disfatta?
Non equilibrio d'acqua ma di terra, Rispose il granchio, è di pugnar cagione, E il dritto della pace e della guerra Che spiegherò per via d'un paragone.
Il mondo inter con quanti egli rinserra Dei pensar che somigli a un bilancione, Non con un guscio o due, ma con un branco Rispondenti fra lor, più grandi e manco.
Ciaschedun guscio un animal raccetta Che vuol dir della terra un potentato. In questo un topo, in quello una civetta, In quell'altro un ranocchio è collocato
Qui dentro un granchio, e quivi una cutretta L'uno animal con l'altro equilibrato, In guisa tal che con diversi pesi Fanno equilibrio insiem tutti i paesi.
Or quando un animal divien più grosso D'altrui roba o di sua che non soleva, E un altro a caso o pur da lui percosso Dimagra sì che in alto si solleva,
Convien subito al primo essere addosso, Dico a colui che la sua parte aggreva, E tagliandoli i piè, la coda o l'ali, Far le bilance ritornare uguali.
Queste membra tagliate a quei son porte Che dimagrando scemo era di peso, O le si mangia un animal più forte, Ch'a un altro ancor non sia buon contrappeso,
O che, mangiate, ne divien di sorte Che può star su due gusci a un tempo steso, E l'equilibrio mantenervi salvo Quinci col deretan quindi con l'alvo.
Date sien queste cose e non concesse Rispose al granchio il conte Leccafondi, Ma qual nume ordinò che presedesse All'equilibrio general de' mondi
La nazion de' granchi e ch'attendesse A guardar se più larghi o se più tondi Fosser che non dovean topi o ranocchi Per trar loro o le polpe o il naso o gli occhi?
Noi, disse il General, siam birri appunto D'Europa e boia e professiam quest'arte. Nota, saggio lettor, ch'io non so punto Se d'Europa dicesse o d'altra parte,
Perché, confesso il ver, mai non son giunto Per molto rivoltar le antiche carte A discoprir la regione e il clima Dove i casi seguìr ch'io pongo in rima.
Ma detto ho dell'Europa seguitando Del parlar nostro la comune usanza; Ora al parlar del granchio ritornando, In nostra guardia, aggiunse, è la costanza
Degli animai nell'esser primo, e quando Di novità s'accorge o discrepanza Dove che sia, là corre il granchio armato E ritorna le cose al primo stato.
Chi tal carco vi diè? richiese il conte: La crosta, disse; di che siam vestiti, E l'esser senza né cervel né fronte, Sicuri, invariabili, impietriti
Quanto il corallo ed il cristal di monte Per durezza famosi in tutti i liti: Questo ci fa colonne e fondamenti Della stabilità dell'altre genti.
Or lasciam le ragioni e le parole, Soggiunse l'altro, e discendiamo ai fatti. Da' topi il re de' granchi oggi che vuole? Vuole ancor guerra e strage a tutti i patti?
O consente egli pur, com'altri suole, Che qui d'accordo e d'amistà si tratti? E quale, in caso tal, condizione D'accordo e d'amistà ci si propone?
Sputò di nuovo e posesi in assetto Il General de' granchi, e così disse: Dalla tua razza immantinente eletto Sia novello signor. Guerre né risse
Aver con le ranocchie a lui disdetto Per sempre sia. Le sorti a color fisse Saran dal nostro, a cui ricever piacque Nella tutela sua lor terre ed acque.
Un presidio in Topaia alloggerete Di trentamila granchi, ed in lor cura Il castello con l'altro riporrete, S'altro v'ha di munito entro le mura.
Da mangiare e da ber giusta la sete Con quanto è di bisogno a lor natura E doppia paga avran per ciascun giorno Da voi, finché tra voi faran soggiorno.
Dicendo il conte allor che non aveva Poter da' suoi d'acconsentire a tanto, E che tregua fermar si richiedeva Per poter quelli ragguagliare intanto,
Rispose il General che concedeva Tempo quindici dì, né dal suo canto Moveria l'oste; e quel passato invano, Ver Topaia verrebbe armata mano.
Così di Leccafondi e del guerriero Brancaforte il colloquio si disciolse: E senza indugio alcuno il messaggero De' topi a ritornar l'animo volse,
All'uso della tregua ogni pensiero Avendo inteso; e tosto i suoi raccolse. Nel partir poche rane ebbe vedute Per negozi nel campo allor venute.
Le riconobbe, che nel lor paese Contezza ebbe di lor quando oratore Là ritrovossi, ed or da quelle intese L'amorevole studio e il gran favore
Che prestava ai ranocchi a loro spese Il re de' granchi, il qual sotto colore Di protegger da' topi amico stato, Ogni cosa in sua forza avea recato.
E che d'oro giammai sazio non era, Né si dava al re lor veruno ascolto. Pietà ne prese il conte, e con sincera Loquela i patrii dei ringraziò molto,
Che dell'altrui protezion men fera Calamità su i topi avean rivolto. Poi dalle rane accommiatato, il calle Libero prese, e il campo ebbe alle spalle.
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