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1798–1837

CANTO PRIMO

Giacomo Leopardi

Poi che da' granchi a rintegrar venuti Delle ranocchie le fugate squadre, Che non gli aveano ancor mai conosciuti, Come volle colui ch'a tutti è padre,

Del topo vincitor furo abbattuti Gli ordini, e volte invan l'opre leggiadre, Sparse l'aste pel campo e le berrette E le code topesche e le basette;

Sanguinosi fuggian per ogni villa I topi galoppando in su la sera, Tal che veduto avresti anzi la squilla Tutta farsi di lor la piaggia nera:

Quale spesso in parete, ove più brilla Del Sol d'autunno la dorata sfera, Vedi un nugol di mosche atro, importuno, Il bel raggio del ciel velare a bruno:

Come l'oste papal cui l'alemanno Colli il Franco a ferir guidava in volto, Da Faenza, onde pria videro il panno Delle insegne francesi all'aria sciolto,

Mosso il tallon, dopo infinito affanno, Prima il fiato in Ancona ebbe raccolto; Cui precedeva in fervide, volanti Rote il Colli, gridando, avanti avanti;

O come dianzi la fiamminga gente, Che Napoli infelice avea schernita, Viste l'armi d'Olanda, immantinente La via ricominciò ch'avea fornita,

Né fermò prima il piè, che finalmente Giunse invocata la francese aita; Tale i topi al destin, di valle in valle, Per più di cento miglia offrìr le spalle.

Passata era la notte, e il dì secondo Già l'aria incominciava a farsi oscura, Quando un guerrier chiamato il Miratondo A fuggir si trovò per un'altura;

Ed o fosse ardimento, ovver ch'al mondo Vinta dalla stanchezza è la paura, Fermossi; e di spiar vago per uso, Primo del gener suo rivolse il muso.

E ritto in su due piè, con gli occhi intenti, Mirando quanto si potea lontano, Di qua, di là, da tutti quattro i venti, Cercò l'acqua e la terra, il monte e il piano,

Spiò le selve, i laghi e le correnti, Le distese campagne e l'oceano; Né vide altro stranier, se non farfalle E molte vespe errar giù per la valle.

Granchi non vide già, né granchiolini, Nè d'armi ostili indizio in alcun lato. Soli di verso il campo i vespertini Fiati venian movendo i rami e il prato,

Soavemente susurrando, e i crini Fra gli orecchi molcendo al buon soldato. Era il ciel senza nubi, e rubiconda La parte occidentale, e il mar senz'onda.

Rinvigorir sentissi, ed all'aspetto Di sì queta beltà l'alma riprese Il Miratondo. E poi che con effetto, Quattro volte a girar per lo paese

Le pupille tornando, ogni sospetto Intempestivo e vano esser comprese, Osò gridare a' suoi compagni eroi: Sì gran fede prestava agli occhi suoi.

Non con tanta allegrezza i diecimila Cui lor propria virtù d'Europa ai liti Riconducea, dall'armi e dalle fila Del re persian per tanta terra usciti,

La voce udìr, che via di fila in fila S'accrescea, di color che pria saliti Onde il mar si scopria, qual chi mirare Crede suo scampo, gridàr, mare mare,

Con quanta i topi, omai ridotti al fine Per fatica e per tema, udiro il grido Del buono esplorator, cui le marine Caverne rimuggìr con tutto il lido:

Ch'era d'intorno intorno ogni confine Ove il guardo aggiungea, tranquillo e fido; Che raccorsi e far alto, e che dal monte Di novo convenia mostrar la fronte.

Altri in sul poggio, ed altri appiè dell'erta, Convenner da più bande i fuggitivi, Cui la tema, in un dì, per via deserta, Mille piagge avea mostro e mille rivi;

Smarriti ancora, e con la mente incerta, E dal corso spossati e semivivi; E incominciàr tra loro a far consiglio Del bisogno presente e del periglio.

Già la stella di Venere apparia Dinanzi all'altre stelle ed alla luna: Tacea tutta la piaggia, e non s'udia Se non il mormorar d'una laguna,

E la zanzara stridula, ch'uscia Di mezzo la foresta all'aria bruna: D'espero dolce la serena imago Vezzosamente rilucea nel lago.

Taceano i topi ancor, quasi temendo I granchi risvegliar, benché lontani, E chetamente andavan discorrendo Con la coda in gran parte e con le mani,

Maravigliando pur di quell'orrendo Esercito di bruti ingordi e strani, E partito cercando a ciascheduna Necessità della comun fortuna.

Morto nella battaglia era, siccome Nel poema d'Omero avete letto, Mangiaprosciutti, il qual, credo, per nome Mangiaprosciutti primo un dì fu detto;

Intendo il re de' topi; ed alle some Del regno sostener nessuno eletto Avea morendo, e non lasciato erede Cui dovesser gli Dei la regia sede.

Ben di lui rimaneva una figliuola, Leccamacine detta, a Rodipane Sposata, e madre a quello onde ancor vola Cotanta fama per le bocche umane,

Rubabriciole il bel, dalla cui sola Morte il foco scoppiò fra topi e rane: Tutto ciò similmente o già sapete, O con agio in Omero il leggerete.

Ma un tedesco filologo, di quelli Che mostran che il legnaggio e l'idioma Tedesco e il greco un dì furon fratelli, Anzi un solo in principio, e che fu Roma

Germanica città, con molti e belli Ragionamenti e con un bel diploma Prova che lunga pezza era già valica Che fra' topi vigea la legge salica.

Che non provan sistemi e congetture E teorie dell'alemanna gente? Per lor, non tanto nelle cose oscure L'un dì tutto sappiam, l'altro niente,

Ma nelle chiare ancor dubbi e paure E caligin si crea continuamente: Pur manifesto si conosce in tutto Che di seme tedesco il mondo è frutto.

Dunque primieramente in provvedere A sé di novo capo in quelle strette Porre ogni lor pensier le afflitte schiere Per lo scampo comun furon costrette:

Dura necessità, ch'uomini e fere Per salute a servaggio sottomette, E della vita in prezzo il mondo priva Del maggior ben per cui la vita è viva.

Stabile elezion per or non piacque Far; né potean; ma differire a quando In Topaia tornati, ove già nacque La più parte di lor, la tema in bando

Avrian cacciata, e le ranocchie e l'acque E seco il granchio barbaro e nefando, Né credean ciò lontan lunga stagione, Avrian posto in eterna obblivione.

Intanto il campo stesso, e la fortuna Commetter del ritorno, e dei presenti Consigli e fatti dar l'arbitrio ad una Militar potestà furon contenti.

Così quando del mar la vista imbruna, Popol battuto da contrarii venti Segue l'acuto grido onde sua legge Dà colui che nel rischio il pin corregge.

Scelto fu Rubatocchi a cui l'impero Si desse allor di mille topi e mille: Rubatocchi, che fu, come d'Omero Sona la tromba, di quel campo Achille.

Lungamente per lui sul lago intero Versàr vedove rane amare stille; E fama è che insin oggi appo i ranocchi Terribile a nomar sia Rubatocchi.

Né Rubatocchi chiameria la madre Il ranocchin per certo al nascimento, Come Annibale, Arminio odi leggiadre Voci qui gir chiamando ogni momento:

Così di nazion quello che padre È d'ogni laude, altero sentimento Colpa o destin, che molta gloria vinse, Già trecent'anni, in questa terra estinse.

Mancan Giulii e Pompei, mancan Cammilli E Germanici e Pii, sotto il cui nome Faccia ai nati colei che partorilli A tanta nobiltà, lavar le chiome?

A veder se alcun dì valore instilli In lor la rimembranza, e se mai dome Sien basse voglie e voluttà dal riso Che un gran nome suol far di fango intriso?

Intanto a studio là nel Trasimeno Estranio peregrin lava le membra, Perché la strage nostra onde fu pieno Quel flutto, con piacer seco rimembra:

La qual, se al ver si guarda, nondimeno Zama e Cartago consolar non sembra: E notar nel Metauro anco potria Quegli e Spoleto salutar per via.

Se questo modo, ond'hanno altri conforto, Piacesse a noi di seguitar per gioco, In molte acque potremmo ire a diporto, E di più selve riscaldarci al foco,

Ed in più campi dall'occaso all'orto Potremmo, andando, ristorarci un poco, E tra via rimembrar più d'un alloro E nelle nostre e nelle terre loro.

Tant'odio il petto agli stranieri incende Del nome italian, che di quel danno Onde nessuna gloria in lor discende, Sol perché nostro fu, lieti si fanno.

Molte genti provàr dure vicende, E prave diventàr per lungo affanno; Ma nessuna ad esempio esser dimostra Di tant'odio potria come la nostra.

E questo avvien perché quantunque doma, Serva, lacera segga in isventura, Ancor per forza italian si noma Quanto ha più grande la mortal natura;

Ancor la gloria dell'eterna Roma Risplende sì, che tutte l'altre oscura; E la stampa d'Italia, invan superba Con noi l'Europa, in ogni parte serba.

Né Roma pur, ma col mental suo lume Italia inerme, e con la sua dottrina, Vinse poi la barbarie, e in bel costume Un'altra volta ritornò regina;

E del goffo stranier, ch'oggi presume Lei dispregiar, come la sorte inchina, Rise gran tempo, ed infelici esigli L'altre sedi parer vide a' suoi figli.

Senton gli estrani, ogni memoria un nulla Esser a quella ond'è l'Italia erede; Sentono, ogni lor patria esser fanciulla Verso colei ch'ogni grandezza eccede;

E veggon ben che se strozzate in culla Non fosser quante doti il ciel concede, Se fosse Italia ancor per poco sciolta, Regina torneria la terza volta.

Indi l'odio implacato, indi la rabbia, E l'ironico riso ond'altri offende Lei che fra ceppi, assisa in su la sabbia, Con lingua né con man più si difende.

E chi maggior pietà mostra che n'abbia, E di speme fra noi gl'ignari accende, Prima il Giudeo tornar vorrebbe in vita Ch'all'italico onor prestare aita.

Di Roma là sotto l'eccelse moli, Pigmeo, la fronte spensierata alzando, Percote i monumenti al mondo soli Con sua verghetta, il corpo dondolando;

E con suoi motti par che si consoli, La rimembranza del servir cacciando. Ed è ragion ch'a una grandezza tale L'inimicizia altrui segua immortale.

Ma Rubatocchi, poi che della cura Gravato fu delle compagne genti, Fece il campo afforzar, perché sicura Da inopinati assalti e da spaventi

Fosse la notte; e poi di nutritura Giovare ai corpi tremuli e languenti. Facil negozio fu questo secondo, Perché topi a nutrir tutto è fecondo.

Poscia mestier gli parve all'odiato Esercito spedir subito un messo, A dimandar perché, non provocato, Contra lor nella zuffa s'era messo;

Se ignaro delle rane, o collegato, Se per error, se per volere espresso; Se gir oltre o tornar nella sua terra, Se volesse da' topi o pace o guerra.

Era nel campo il conte Leccafondi, Signor di Pesafumo e Stacciavento; Topo raro a' suoi dì, che di profondi Pensieri e di dottrina era un portento:

Leggi e stati sapea d'entrambi i mondi, E giornali leggea più di dugento; Al cui studio in sua patria aveva eretto Siccom'oggi diciamo, un gabinetto.

Gabinetto di pubblica lettura, Con legge tal, che da giornali in fuore, Libro non s'accogliesse in quelle mura, Che di due fogli al più fosse maggiore;

Perché credea che sopra tal misura Stender non si potesse uno scrittore Appropriato ai bisogni universali Politici, economici e morali.

Pur dagli amici in parte, e dalle stesse Proprie avvertenze a poco a poco indotto, Anche al romanzo storico concesse Albergar coi giornali, e che per otto

Volumi o dieci camminar potesse; E in fin, come dimostro è da quel dotto Scrittor che sopra in testimonio invoco, Alla tedesca poesia diè loco.

La qual d'antichità supera alquanto Le semitiche varie e la sanscrita, E parve al conte aver per proprio vanto Sola il buon gusto ricondurre in vita,

Contro il fallace oraziano canto, A studio, per uscir della via trita, Dando tonni al poder, montoni al mare; Gran fatica, e di menti al mondo rare.

D'arti tedesche ancor fu innamorato, E chiamavale a sé con gran mercede: Perché, giusta l'autor sopra citato, Non eran gli obelischi ancora in piede,

Né piramide il capo avea levato, Quando l'arti in Germania avean lor sede, Ove il senso del bello esser più fino Veggiam, che fu nel Greco o nel Latino.

La biblioteca ch'ebbe, era guernita Di libri di bellissima sembianza, Legati a foggia varia, e sì squisita, Con oro, nastri ed ogni circostanza,

Ch'a saldar della veste la partita Quattro corpi non erano abbastanza. Ed era ben ragion, che in quella parte Stava l'utilità, non nelle carte.

Lascio il museo, l'archivio, e delle fiere Il serbatoio, e l'orto delle piante, E il portico, nel quale era a vedere, Con baffi enormi e coda di gigante,

La statua colossal di Lucerniere, Antico topolin filosofante, E dello stesso una pittura a fresco, Pur di scalpello e di pennel tedesco.

Fu di sua specie il conte assai pensoso, Filosofo morale, e filotopo; E natura lodò che il suo famoso Poter mostri quaggiù formando il topo;

Di cui l'opre, l'ingegno e il glorioso Stato ammirava; e predicea che dopo Non molto lunga età, saria matura L'alta sorte che a lui dava natura.

Però mai sempre a cor fugli il perenne Progresso del topesco intendimento, Che aspettar sopra tutto dalle penne Ratte de' giornalisti era contento:

E profittare a quel sempre sostenne Ipotesi, sistemi e sentimento; E spegnere o turbar la conoscenza Analisi, ragione e sperienza.

Buon topo d'altra parte, e da qualunque Filosofale ipocrisia lontano, E schietto in somma e veritier, quantunque Ne' maneggi nutrito, e cortigiano;

Popolar per affetto, e da chiunque Trattabil sempre, e, se dir lice, umano; Poco d'oro, e d'onor molto curante, E generoso, e della patria amante.

Questi al re de' ranocchi, ambasciatore Del proprio re, s'era condotto, avanti Che tra' due regni il militar furore Gli amichevoli nodi avesse infranti:

E com'arse la guerra, appo il signore Suo ritornato, dimorò tra fanti, E sotto tende, insin che tutto il campo Dal correr presto procacciò lo scampo.

Ora ai compagni, ricercando a quale Fosse in nome comun l'uffizio imposto, Che del campo de' granchi al Generale Gisse oratore, e che per gli altri tosto

D'ovviar s'ingegnasse a novo male, Nessun per senno e per virtù disposto Parve a ciò più del conte; il qual di stima Tenuto era da tutti in su la cima.

Così da quelle schiere, a prova eretto L'un piè di quei dinanzi, all'uso antico, Fu, per parer di ciascheduno, eletto Messagger dell'esercito al nemico.

Né ricusò l'uffizio, ancor ch'astretto Quindi a gran rischio: in campo ostil, mendico D'ogni difesa, andar fra sconoscenti D'ogni modo e ragion dell'altre genti.

E sebben lassa la persona, e molto Di posa avea mestier, non però volle Punto indugiarsi al dipartir: ma colto Brevissimo sopor su l'erba molle,

Sorse a notte profonda, e seco tolto Pochi servi de' suoi, tacito il colle Lasciando tutto, e sonnolento, scese, E per l'erma campagna il cammin prese.

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