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1798–1837

Canto 2

Giacomo Leopardi

Vana ambizion, stolto, fallace orgoglio Ah dove fermi il vacillante piede? Cade a un cenno Divin l'aurato soglio, Su cui tu fondi la superba sede;

Cadono i Regi, e cade insiem la umana Alterigia infedel, ricchezza vana Invan porgesti il mal sicuro braccio A l'empio Balaam, che in te si affida.

Cadde egli è vero a l'ingannevol laccio, Che tese a lui l'ambizione infida, Ma presto egli vedrà con suo gran danno Quanto mal contro lor gl'empj si fanno.

Già dignitoso, e ad arte umile affrena Vile giumento, al di cui tardo corso Rattengono i destrier l'ardente lena, Dei quali premon rispettosi il dorso

Gli alteri Moabiti, in cui l'evento Insiem mesce la gioja, e lo spavento. S'avvanzano del pari, ed egli intanto Ne la mente ravvolge i ricchi doni,

Di liberar l'amico impero il vanto, E da l'ampie scacciar, meste regioni Le numerose turme, il popol fiero; Pungono insieme il cuor, l'animo altero.

Mira fra se de' Moabiti il duolo, Il mesto pianto, ed il bramato onore Veder gli sembra ancor prostrati al suolo I messaggeri star fra lo squallore,

E l'esercito ormai esser vicino; Ma ben rammenta il cenno, ancor, Divino. Quand'ecco d'improviso il vil giumento Fermo si arresta, e quindi un lieve salto

Spicca veloce a l'aria, in sella a stento Rattiensi Balaamo, e balza in alto Il profetico pallio, e ognor feroce Segue il giumento il corso suo veloce.

Così talor de' flutti alti, e nembosi Scherzo, e ludibrio intorno erra, e si aggira Nave irrequieta per gli spazj acquosi, De l'Oceano infra lo sdegno, e l'ira,

E giuoco di procelle furibonde Le vele sono tra il fragor de l'onde. Le braccia ergendo, e il noderoso legno, L'innocente animal Balam percuote,

E pinto in volto di furor, di sdegno Il capo minaccioso, e crolla, e scuote, E la sferza, che orrenda alto-rimbomba Più volte sul giumento irata piomba.

Tal fra tempeste, e folgori tuonanti Cruda grandin flagella il verde suolo, E spinta ognor da gli austri rimugghianti Empie ogni intorno di lamento, e duolo,

E s'ode crepitar sul lungo solco, Ed atterrar la speme del bifolco Erra la bestia or con piè giusto, e lento, Ed ora inaspettata, ed improvisa

Veloce fugge, i Moabiti a stento Pongono a fren l'involontarie risa L'irrequieto al mirar, furioso corso, E vacillare Balaam sul dorso.

Stanco il giumento, e pel terror smarrito Trabocca alfine, e Balaamo altero Cade ancor egli, e il fiero orgoglio ardito, E il venerando aspetto, e il tuon severo

Schernito mira, e l'ambizioso volto A ne la polve, e ne l'arena avvolto. Tosto sorge d'intorno un mormorìo, E un misto sussurrar, basso, e indistinto,

Ma già s'erge dal suolo il Mago rio Di rabbia, e di rossore il volto pinto, Ambe le mani furibondo innalza, E l'animal: co le percosse incalza.

Qual furioso lion d'aspra ferita Piagato il fianco, inferocito corre Onde inseguir la turma sbigottita, Mentre frattanto il caldo sangue scorre;

Tal da gli occhi spirando ira, e livore Si accresce in Balaam l'alto furore. Quando, oh portento!, la turbata testa Volge il giumento, e tosto le cadenti

Pelose orecchie scuote, ognun si arresta, E ad osservar tutti già sono intenti; L'asino alfin gli parla, e sì gli dice: T'adiri invan, più oltre andar non lice.

Dipoi sen tacque, ma il Profeta ardito Non si rattien da l'impeto sdegnoso, E più che mai vedendosi schernito Con rabbia scuote il manto polveroso,

E intanto il furibondo alto-fischiante Legno volteggia tra il fragor rombante. Come se a fiamma ognor focosa, e ardente Esca si aggiunga, l'ampia, ignita luce

Più viva spande; tal bieco, e furente Balam d'aspetto spaventoso, e truce Del giumento al parlar vieppiù feroce Di colpi grandinava un nembo atroce

Quando improviso il nuvoloso velo, Che a gli occhi l'ascondea del Mago insano Squarcia lo Spirto del stellato cielo, La spada fiammeggiante avendo in mano,

E a lui la volge, che vieppiù infierisce, E il lampo gli occhi, e il cuor pronto ferisce Al colpo inaspettato egli atterrito Resta, e coperto di pallor le gote,

Si confonde, si arresta, e sbigottito Esprimer s'ode fra il timor tai note: Signor che vuoi?... il tuo voler mi spiega E palpitante al suolo umil si piega.

L'Angelo allora in tuon severo, e grave Vanne, gli dice, ma il Divin comando Pronto eseguisci, e guai per chi non pave Questo del cielo onnipossente brando;

Fra l'orror proverà d'avversa sorte Lo strazio orrendo d'esecrata morte. Vana speranza, lusinghevol cura Delusa fosti. Pallido, e tremante

Balam ritorna a le assediate mura: Balac esulta, e il ferro alto-fischiante Del ciel non ode, che al cadente impero La ruina minaccia, e al regno intero.

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