Là del Giordan su l'arenosa sponda Vasta pianura i suoi feraci stende, Ameni campi cui la limpid'onda Irriga, ed il terren fertile rende,
Terren, su' cui con dominante impero Stende lo scettro il Moabita altero. Quivi di forze, e ardire alto portento Il popol d'Israello arresta il passo,
E qual procella, o vorticoso vento, O qual veloce smisurato masso, Che orrendo cade da la cima alpina Solo strage promette, e sol ruina.
Erge il suo volo al ciel d'alto terrore Nunzia la fama, e a ognun dipinge il volto Di tristezza, di lutto, e di pallore; Si trema, e piange, e in nere spoglie avvolto
Chi straccia il crine, e chi percuote il petto, Celer fugge da lor calma, e diletto. Balac il rege pensieroso, e incerto Impallidisce anch'esso, il popol mira
Oppresso dal timore, e quasi certo Il suo perir; già furibonda l'ira Tutta gli turba l'agitata mente, E vicino il nemico e vede, e sente.
Mentre dubbioso pende, almo pensiero Gli si presenta alfin; tale in procella Orrida, e nera il provido nocchiero Mira ricomparir l'amica stella,
Che fra l'oscuro, turbinoso velo Il tremulo fulgor spande nel cielo. Lungo la riva de l'ondoso Eufrate, Sol mascherato di pietà l'aspetto
Fra le deserte selve inabitate Ha l'empio Balaamo umil ricetto, Che Profeta creduto, in ozio lento Mena la vita a gl'incantesmi intento.
In maledir possente, e d'onor vago, De l'oro amico, e d'alterigia pieno, Ipocrita maligno, ignoto mago, In sorte amica ognor lieto, e sereno,
Squallido ne l'avversa, e pien di sdegno; Eletto vien liberator del regno. Questi, è colui, che ad Israel cotanto Danno apportò con gli empj suo consiglj,
Quegli ch'ottenne l'esecrato vanto I più fieri aumentar neri periglj, Quei, che solo inspirò spavento, e orrore A l'esercito altero, e vincitore.
E già del Rege al cenno imperioso, Aurati doni, e gemme in man recando, Cinti da popol folto, e numeroso Se n'escono ubbidienti al rio comando
Da la patria region, dai campi aprici A l'empio Balam Messaggeri amici. Già d'Aram la città l'albergo umile Scorgon vicin, su' cui quercia frondosa
Stende i suoi rami, appiè del tronco il vile Terreo tugurio stassi infra l'ombrosa, Ampia selva, che il cinge d'ogni intorno, E toglier sembra a lui l'amico giorno.
Ansiosi il passo ad affrettar si danno, Gioia, e timor fansi ad ognun presenti; Forse per questi libere saranno Le nostre mura, e i gravi mali, e i stenti
Forse per lui lungi scacciar potremo, E fors'anche tornar mesti dovremo. Così dicean del sospirato evento Dubbiosi, e incerti, ed a le rozze mura
Giungono alfin; dal vil tugurio a stento Balam se n'esce in pensierosa cura, E agl'incantesmi intento, ognor tenendo Fissi gli occhi nel suol, d'aspetto orrendo.
Al volto truce, al tuon grave, e feroce Attonito ognun resta, e umil si tace; Rompe il silenzio alfin supplice voce: O Profeta t'invìa salute, e pace
Il nostro Rè, che da sventure oppresso, Tutto ti affida il regno suo, e se stesso. Nemiche turme a la città tremante Vengono ad apportar morte, e ruina;
Supplichevoli siamo a te d'innante, Onde vogli impiegar l'opra divina Le nostre a liberar paterne mura, Nè senza premio andrà simile cura.
E in così dire offron preziosi doni, Onde i lor voti ascolti, e non isdegni Le patrie liberar care magioni, Per cui sol pace, e contentezza regni:
E disperso Israel nemico, e fiero, Libero sia de gli avi lor l'impero Incerto Balam la rugosa fronte Pensieroso si liscia, e il grave mento;
Del cupo, ignito, Averno, e d'Acheronte I Numi invoca, e alfine a grave stento Onde scacciar da voi, dice, il periglio Chieder voglio dal ciel saggio consiglio.
Ma già stende la notte il nero manto Già s'ascondon del sol le ardenti ruote, Tace de gli altri augelli il dolce canto, Esprime l'usignuol musiche note,
E i lung-urlanti gufi a lui fann'eco Dal lor profondo tenebroso speco. Balam rinchiuso il ciel, l'Averno invoca, Ora con alto tuono incantatore,
Ed or con voce supplicante, e roca, Consiglio chiede al Rè del cupo orrore, E al Dio possente; quando alta, e severa Ode una voce imperiosa, e fiera.
Balam gli dice al cenno mio sovrano Pronto ubbidisci; il popol valoroso Di me protegge la possente mano, Maledizion non teme, il poderoso
Mio braccio vendicar saprà l'offese, Se l'audace tuo labbro a lui le tese. Confuso ci resta, e di pallor dipinto, I ricchi doni, il lusinghiero onore
Incerto mira, ma ogni dubbio, è vinto Da quel, che mostra il cielo alto furore, E di lasciar risolve il campo aperto, E i doni rifiutare, e l'oro offerto.
E già dal Gange oriental sorgendo Sferza i cavalli la nascente aurora, E di più viva luce il sol splendendo, L'alte cime de monti intorno indora,
E al mattutino albor lucido, e vago Scioglie la voce sua l'augel presago. Ansiosi, e incerti i messaggeri amici Sorgono al par del giorno; odon tremanti
Il van Profeta... ahimè figli infelici, Infelice region! mesti, ed ansanti Dunque passar dovrem la debil vita?... E tu crudele ah non ci porgi aita?
Così diceano a la città volgendo Lo stanco passo ognor mesti, e gementi; Balam il Rege ancor sedea temendo De l'evento il successo: alfin con stenti
Giungono i Messagger, lutto, e squallore Portando in volto, e doglia sol nel cuore. Rege essi dicon d'Israello al brando Dovrà vinto cadere il nostro impero;
Così decise il si fatal comando Di quel Dio, che protegge il popol Sero. Paventa Balam di recargli offesa; E da chi aver potrem forte difesa?
Confusione, terror, spavento, e lutto Si mesce incerto al femminil lamento, Ma di speme non perde il popol tutto, E d'oro carchi, e lusinghiero argento
Parton di nuovo i Messaggeri ansiosi, Fra speranza, e timor mesti, e dubbiosi. A riveder tornan di nuovo il bosco, Ove co' stesi rami ombri-frondosi
Il luogo rende intorno oscuro, e fosco E il suol ricuopre di cespugli erbosi, Affrettan ver colà veloce il piede, E il tugurio primier da lor si vede.
Mirano ancor con palpitante cuore Il bramato da lor Profeta indegno, Offrono i ricchi doni, e fra il terrore Baciano il suol di riverenza in segno,
Avido Balaam gli alza, ed al Nume Promette dimandar soccorso, e lume. Tutto già ricuopria l'oscuro velo, Tacea de l'aspre belve il fier ruggito,
Folte le stelle risplendean sul cielo: Quando un parlare in fermo tuon sentito Forte l'orecchio di Balam percuote Con queste ben intese, amiche note.
Vanne, è ben pronto il desiderio appaga Di Lui, che ti cercò con sì gran cura, Vanne a le rive, che il Giordano allaga; Ma per difender l'orgogliose mura
Non trasgredire i miei comandi, e l'acque Del mio voler sian testimonj: e tacque. Balam giocondo col nascente giorno Sorge; i messaggi la sua voce amica
Odono, ed eccheggiar s'ascolta intorno Pei lieti evviva la campagna aprica, Esulta ognuno, e giubilante mira L'avversa sponda fra il contento, e l'ira.
Tripudi invano, o Moabita altero, Che regna in ciel l'Onnipossente Dio, Nò, non è salvo il tuo superbo impero, Nò, nulla puote l'empio Mago, e rio,
Ei non paventa la superna mano, Ma protegge Israello il Dio Sovrano.
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