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1798–1837

BRUTO MINORE.

Giacomo Leopardi

Poi che divelta, ne la tracia polve Giacque ruina immensa L'italica virtute, onde a le valli D'Esperia verde e al tiberino lido

Il calpestio de' barbari cavalli Prepara il fato, e da le selve ignude Cui l'Orsa algida preme A spezzar le romane inclite mura

Chiama i gotici brandi; Sudato, e molle di fraterno sangue, Bruto per l'atra notte in erma sede, Certo già di morir, gl'inesorandi

Numi e l'Averno accusa E di feroci note Invan la sonnolenta aura percote. Stolta virtù, le cave nebbie e 'l vano

De le trepide larve Seggio t'accoglie, e ti si volge a tergo Il pentimento. A voi, marmorei numi, (Se numi avete in Flegetonte albergo

O ne l'etereo sen) ludibrio e scherno È la prole infelice A cui templi chiedeste, e frodolenta Legge al mortale insulta.

Dunque tanto i celesti odii commove La terrena pietà? dunque de gli empi Siedi, Giove, a tutela? e quando esulta Per l'aere il nembo, e quando

Il tuon rapido spingi, Ne' giusti e pii la sacra fiamma stringi? Preme il destino invitto e la ferrata Necessità gl'infermi

Schiavi di morte: e s'a campar non vale Gli oltraggi lor, de' necessarii danni Si consola il plebeo. Men duro è 'l male Che riparo non ha? dolor non sente

Chi di speranza è nudo? Guerra impavida, eterna, o fato indegno, Teco il prode guerreggia Di cedere inesperto; e la tiranna

Tua destra, allor che vincitrice il grava, Indomito scrollando si pompeggia, Quando ne l'alto lato L'amaro ferro intride,

E maligno a le nere ombre sorride. Spiace a gli Dei chi violento irruppe Nel Tartaro. Non fòra Tanto valor ne' molli eterni petti.

Forse i pallidi lustri, e forse il Cielo Gli umani casi e gl'infelici affetti Giocondo a gli ozi suoi spettacol pose? Non fra sciaure e colpe,

Ma libera ne' boschi e pura etade Natura a noi prescrisse Reina un tempo e Diva. Or poi ch'a terra Sparse i regni beati empio costume,

E 'l viver macro a nova legge addisse; Quando le infauste luci Virile alma ricusa, Riede Natura, e 'l non suo dardo accusa?

Di colpa ignare e di lor proprii danni Le fortunate belve Serena adduce al non previsto passo La tarda età. Ma se spezzar la fronte

Ne' rudi tronchi, o da montano sasso Dare al vento precipiti le membra, Lor suadesse affanno, Al barbaro desio nulla contesa

Legge arcana farebbe O tenebroso ingegno. A voi, fra quante Stirpi il cielo avvivò, l'aprica stanza, Soli, di Prometèo nipoti, increbbe:

A voi le morte ripe (Se 'l fato ignavo pende) Soli, o miseri, a voi Giove contende. E tu del mar cui nostro sangue irriga,

Candida luna, sorgi, E l'inquieta notte e la funesta A l'ausonio valor campagna esplori. Cognati petti il vincitor calpesta,

Fremono i poggi, da le somme vette Roma antica ruina; Tu sì placida sei? Tu la nascente Lavinia prole, e gli anni

Lieti vedesti e i memorandi allori; E tu su l'alpe l'immutato raggio Tacita verserai quando ne' danni Del servo italo nome,

Sotto barbaro piede Rintronerà la solitaria sede. Ecco tra nudi sassi o in verde ramo E la fera e l'augello,

Del consueto obblio gravido il petto, L'alta ruina ignora e le mutate Sorti del mondo: e come prima il tetto Rosseggerà del villanello industre,

Al mattutino canto Ridesterà le valli, o per le balze La paurosa plebe Agiterà de le minori belve.

Oh casi! oh gener frale! abbietta parte Siam de le cose; e non le tinte glebe, Non gli ululati spechi Turbò nostra sciaura,

Nè scolorò le stelle umana cura. Non io d'Olimpo o di Cocito i sordi Regi, o la terra indegna, E non la notte moribondo appello;

Non te, de l'atra morte ultimo raggio, Conscia futura età. Sdegnoso avello Placàr femminee grida, e laudi ornaro Di vil caterva? In peggio

Precipitano i tempi; e mal s'affida A putridi nepoti L'onor d'egregie menti e la suprema De' miseri vendetta. A me dintorno

Le penne il bruno augello avido roti; Prema la fera, e 'l nembo Tratti l'ignota spoglia; E l'aura il nome e la memoria accoglia.

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