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1798–1837

AD ANGELO MAI QUAND'EBBE TROVATO I LIBRI DI CICERONE DELLA REPUBBLICA.

Giacomo Leopardi

Italo ardito, a che giammai non pòsi Di svegliar da le tombe I nostri padri? e a favellar gli meni A questo secol morto al quale incombe

Tanta nebbia di tedio? E come or vieni Sì forte a' nostri orecchi e sì frequente, Voce antica de' nostri Muta sì lunga etade? e perchè tanti

Risorgimenti? In un balen feconde Venner le carte; e a la stagion presente I polverosi chiostri Serbaro intatti i generosi e santi

Detti de gli avi. E che valor t'infonde, Italo egregio, il fato? O con l'umano Valor contrasta il duro fato invano? Certo senza de' numi alto consiglio

Non è ch'ove più lento E grave è 'l nostro disperato obblio, A percoter ne rieda ogni momento Novo grido de' padri. Ancora è pio

Dunque all'Italia il Cielo; anco si cura Di noi qualche immortale: Chè dov'è questa o nessun'altra poi L'ora da ripor mano a la virtude

Rugginosa de l'itala natura, Tanto è sì strano e tale È 'l clamor de' sepolti, e de gli eroi Dimenticati il nome si dischiude,

O patria o patria, anco in età sì tarda Chiedendo se ti giovi esser codarda. Noi miseri la speme aurea non fugge, O gloriosi? in tutto

Non siam periti? A voi certo il futuro Non velano i destini: altro che lutto Sdegnano i sensi miei, chè torbo e scuro M'è l'avvenire, e tutto quanto io scerno

È tal che sogno e fola Fa parer la speranza. Anime prodi, A i tetti vostri inonorata, immonda Plebe successe; al vostro sangue è scherno

E d'opra e di parola Ogni valor; di vostre inclite lodi Tace l'itala riva; egro circonda Ozio le tombe vostre, e di viltade

Siam fatti esempio a la futura etade. Bennato ingegno, or quando altrui non cale De' nostri alti parenti, A te ne caglia, a te cui fato aspira

Benigno sì che per tua man presenti Paion que' giorni allor che da la dira Obblivione antica ergean la chioma, Con gli studi sepolti,

I vetusti Divini a cui Natura Parlò nè disvelossi, onde i riposi Magnanimi allegràr d'Atene e Roma. Oh tempi oh tempi avvolti

In sonno eterno. Allora anco immatura La ruina d'Italia, anco sdegnosi Eravam d'ozio turpe, e l'aere a volo Una favilla ergea da questo suolo.

Eran calde le tue ceneri sante, Non domito nemico De la Fortuna, al cui sdegno e dolore Fu più l'Averno che la terra amico.

L'Averno: e qual non è parte migliore Di questa nostra? E le tue dolci corde Tremolavano ancora Dal tocco di tua destra o sfortunato

Amante. Ahi dal dolor comincia e nasce L'italo canto. E pur mèn grava e morde Il mal che n'addolora Del tedio che n'affoga. Oh te beato

A cui fu vita il pianto. A noi le fasce Cinse il fastidio; a noi presso la culla Immoto siede, e su la tomba, il nulla. Ma tua vita era allor con gli astri e 'l mare,

Ligure ardita prole, Quand'oltre a le colonne, ed oltre a i liti Cui strider parve in seno a l'onda il sole, Novo di prore incarco a gl'infiniti

Flutti commesso, ritrovasti il raggio Del Sol caduto, e 'l giorno Che nasce allor ch'a i nostri è giunto al fondo; E rotto di Natura ogni contrasto,

Ignota immensa terra al tuo viaggio Fu gloria e del ritorno A i rischi. Ahi ahi, ma conosciuto il mondo Non cresce, anzi si scema, e assai più vasto

L'etra sonante e l'alma terra e 'l mare Al fanciullin, che non al saggio, appare. Nostri beati sogni ove son giti De l'ignoto ricetto

D'ignoti abitatori, o del diurno De gli astri albergo, e del rimoto letto De la giovane Aurora, e del notturno Occulto sonno del maggior pianeta?

Ecco svaniro a un punto, E figurato è 'l mondo in breve carta; Ecco tutto è simìle, e ritrovando, Solo il nulla s'accresce. A noi ti vieta

Il vero appena è giunto, O caro immaginar; da te s'apparta Nostra mente in eterno; a l'ammirando Poter tuo primo ne sottraggon gli anni,

E il conforto perì de' nostri affanni. Nascevi a' dolci sogni intanto, e 'l primo Sole splendeati in vista, Cantor vago de l'arme e de gli amori

Che in età de la nostra assai men trista Empièr la vita di felici errori: Nova speme d'Italia. O torri o celle O donne o cavalieri

O giardini o palagi, a voi pensando, In mille vane amenità si perde L'ingegno mio. Di vanità, di belle Fole e strani pensieri

Si componea l'umana vita: in bando Gli cacciammo: or che resta? or poi che 'l verde È spogliato a le cose? il certo e solo Veder che tutto è vano altro che 'l duolo.

O Torquato o Torquato, a noi promesso Eri tu allora; il pianto A te, non altro, prometteva il Cielo. Oh misero Torquato; il dolce canto

Non valse a consolarti o a sciorre il gelo Onde l'alma t'avean, ch'era sì calda, Cinta l'odio e l'immondo Livor privato e de' tiranni. Amore,

Amor, di nostra vita ultimo inganno, T'abbandonava. Ombra reale e salda Ti parve il nulla, e 'l mondo Inabitata piaggia. Al tardo onore

Non sorser gli occhi tuoi; mercè, non danno, L'estrema ora ti fu. Morte domanda Chi nostro mal conobbe, e non ghirlanda. Torna torna fra noi, sorgi dal muto

E sconsolato avello, Se d'angoscia se' vago, o miserando Esemplo di sciaura. Assai da quello, Che ti parve sì mesto e sì nefando,

È peggiorato il viver nostro. O caro, Chi ti compiangeria, Se, fuor che di se stesso, altri non cura? Chi stolto non direbbe il tuo mortale

Affanno anche oggidì, se 'l grande e 'l raro Ha nome di follia; Nè livor più, ma ben di lui più dura La noncuranza avviene a i sommi? o quale,

Se più de' carmi, il computar s'ascolta, Ti appresterebbe il lauro un'altra volta? Da te fino a quest'ora uom non è sorto (O sventurato ingegno),

Pari a l'italo nome, altro ch'un solo, Solo di sua codarda etate indegno Allobrogo feroce, a cui dal polo Disusata virtù, non da la mia

Stanca ed arida terra, Scese nel core, onde privato, inerme (Memorando ardimento) in su la scena Mosse guerra a' tiranni: almen si dia

Questa misera guerra E questo vano campo a l'ire inferme Del mondo. Ei primo e sol dentro a l'arena Scese, e nullo il seguì, chè l'ozio e 'l brutto

Silenzio or preme a i nostri innanzi a tutto. Disdegnando e fremendo, immacolata Trasse la vita intera, E morte lo scampò dal veder peggio.

Vittorio mio, questa per te non era Età nè suolo. Altri anni ed altro seggio Conviene a gli alti ingegni. Or di riposo Paghi viviamo, e scorti

Da mediocrità: sceso il sapiente E salita è la turba a un sol confine, Che 'l mondo agguaglia. O scopritor famoso, Segui; risveglia i morti,

Poi che dormono i vivi; arma le spente Lingue de' prischi eroi; tanto che in fine Questo secol di fango o vita agogni E sorga ad atti illustri, o si vergogni.

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