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1798–1837

90 (RVF 105)

Giacomo Leopardi

Mai non vo' più cantar com'io soleva: Ch'altri non m'intendeva, ond'ebbi scorno: E puossi in bel soggiorno esser molesto. Il sempre sospirar nulla rileva.

Già su per l'alpi neva d'ogn'intorno; Ed è già presso al giorno; ond'io son desto. Un atto dolce onesto è gentil cosa: Ed in donna amorosa ancor m'aggrada

Che 'n vista vada altera e disdegnosa, Non superba e ritrosa. Amor regge suo imperio senza spada. Chi smarrit'ha la strada, torni indietro:

Chi non ha albergo, posisi in sul verde: Chi non ha l'auro o 'l perde, Spenga la sete sua con un bel vetro. I' die' in guardia a san Pietro; or non più, no:

Intendami chi può, ch'i' m'intend'io. Grave soma è un mal fio a mantenerlo. Quanto posso mi spetro, e sol mi sto. Fetonte odo che 'n Po cadde, e morio;

E già di là dal rio passato è 'l merlo: Deh venite a vederlo: or io non voglio. Non è gioco uno scoglio in mezzo l'onde, E 'ntra le fronde il visco. Assai mi doglio

Quand'un soverchio orgoglio Molte virtuti in bella donna asconde. Alcun è che risponde a chi nol chiama; Altri, chi 'l prega, si dilegua e fugge;

Altri al ghiaccio si strugge; Altri dì e notte la sua morte brama. Proverbio, ama chi t'ama, è fatto antico. I' so ben quel ch'io dico. Or lassa andare;

Che conven ch'altri impare alle sue spese. Un'umil donna grama un dolce amico. Mal si conosce il fico. A me pur pare Senno a non cominciar tropp'alte imprese:

E per ogni paese è buona stanza. L'infinita speranza occide altrui: Ed anch'io fui alcuna volta in danza. Quel poco che m'avanza,

Fia chi nol schifi, s'i' 'l vo' dare a lui. I' mi fido in colui che 'l mondo regge E ch'e' seguaci suoi nel bosco alberga, Che con pietosa verga

Mi meni a pasco omai tra le sue gregge. Forse ch'ogni uom che legge non s'intende; E la rete tal tende che non piglia; E chi troppo assottiglia si scavezza.

Non sia zoppa la legge ov'altri attende. Per bene star si scende molte miglia. Tal par gran maraviglia, e poi si sprezza. Una chiusa bellezza è più soave.

Benedetta la chiave che s'avvolse Al cor, e sciolse l'alma, e scossa l'ave Di catena sì grave, E 'nfiniti sospir del mio sen tolse.

Là dove più mi dolse, altri si dole; E dolendo addolcisce il mio dolore; Ond'io ringrazio Amore Che più nol sento; ed è non men che suole.

In silenzio parole accorte e sagge, E 'l suon che mi sottragge ogni altra cura, E la prigion oscura ov'è 'l bel lume; Le notturne viole per le piagge,

E le fere selvagge entr'alle mura, E la dolce paura e 'l bel costume, E di duo fonti un fiume in pace volto Dov'io bramo, e raccolto ove che sia:

Amor e gelosia m'hanno 'l cor tolto: E i segni del bel volto, Che mi conducon per più piana via Alla speranza mia, al fin degli affanni.

O riposto mio bene, e quel che segue, Or pace or guerra or tregue, Mai non m'abbandonate in questi panni. De' passati miei danni piango e rido;

Perchè molto mi fido in quel ch'i' odo. Del presente mi godo, e meglio aspetto; E vo contando gli anni; e taccio, e grido; E 'n bel ramo m'annido, ed in tal modo,

Ch'i' ne ringrazio e lodo il gran disdetto, Che l'indurato affetto al fine ha vinto, E nell'alma dipinto: i' sare' udito, E mostratone a dito; ed hanne estinto.

Tanto innanzi son pinto, Ch'i' 'l pur dirò: non fostu tanto ardito. Chi m'ha 'l fianco ferito, e chi 'l risalda, Per cui nel cor via più che 'n carte scrivo;

Chi mi fa morto e vivo; Chi 'n un punto m'agghiaccia e mi riscalda.

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