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1798–1837

9. ULTIMO CANTO DI SAFFO.

Giacomo Leopardi

Placida notte, e verecondo raggio De la cadente luna; e tu che spunti Fra la tacita selva in su la rupe, Nunzio del giorno; oh desiate e care

(Mentre ignote mi fur l'erinni e 'l fato) Sembianze a gli occhi miei; già non arride Spettacol molle a i disperati affetti. Noi l'insueto allor gaudio ravviva

Quando per l'etra liquido si volve E per li campi trepidanti il flutto Polveroso de' Noti, e quando il carro, Grave carro di Giove a noi sul capo,

Tonando, il tenebroso aere divide. Noi per le balze e le profonde valli Natar giova tra' nembi, e noi la vasta Fuga de' greggi sbigottiti, o d'alto

Fiume a la dubbia sponda Il suono e la vittrice ira de l'onda. Vago il tuo manto, o divo cielo, e vaga Se' tu, rorida terra. Ahi di cotesta

Infinita beltà parte nessuna A la misera Saffo i numi e l'empia Sorte non fenno. A' tuoi superbi regni Vile, o natura, e grave ospite addetta,

E dispregiata amante, a le vezzose Tue forme il core e le pupille invano Supplichevole intendo. A me non ride L'aprico margo, e da l'eterea porta

Il mattutino albòr; me non il canto De' colorati augelli, e non de' faggi Il murmure saluta: e dove a l'ombra De gl'inchinati salici dispiega

Candido rivo il puro seno, al mio Lubrico piè le flessuose linfe Disdegnando sottragge, E preme in fuga l'odorate spiagge.

Qual fallo mai, qual sì nefando eccesso Macchiommi anzi il natale, onde sì torvo Il ciel mi fosse e di fortuna il volto? Qual ne la prima età (mentre di colpa

Viviamo ignari), onde inesperto e scemo Di giovanezza, e sconsolato, al fuso De l'indomita Parca si devolva Mio ferrugineo dì? Malcaute voci

Spande il tuo labbro: i destinati eventi Move arcano consiglio. Arcano è tutto, Fuor che il nostro dolor. Negletta prole Nascemmo al pianto, e la cagione in grembo

De' celesti si posa. Oh cure, oh speme De' più verd'anni! A le sembianze il Padre, A le amene sembianze eterno regno Diè ne le genti; e per virili imprese,

Per dotta lira o canto, Virtù non lùce in disadorno ammanto. Morremo. Il velo indegno a terra sparto, Rifuggirà l'ignudo animo a Dite,

E 'l tristo fallo emenderà del cieco Dispensator de' casi. E tu cui lungo Amore indarno, e lunga fede, e vano D'implacato desio furor mi strinse,

Vivi felice, se felice in terra Visse nato mortal. Me non asperse Del soave licor l'avara ampolla Di Giove indi che 'l sogno e i lieti inganni

Perìr di fanciullezza. Ogni più caro Giorno di nostra età primo s'invola. Sottentra il morbo, e la vecchiezza, e l'ombra De la gelida morte. Ecco di tante

Sperate palme e dilettosi errori, Il tartaro m'avanza; e 'l prode ingegno Han la tenaria Diva, E l'atra notte, e la silente riva.

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