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1798–1837

9 (RVF 53)

Giacomo Leopardi

Spirto gentil che quelle membra reggi Dentro alle qua' peregrinando alberga Un signor valoroso, accorto e saggio; Poi che se' giunto all'onorata verga

Con la qual Roma e suoi erranti correggi, E la richiami al suo antico viaggio, Io parlo a te, però ch'altrove un raggio Non veggio di vertù, ch'al mondo è spenta,

Nè trovo chi di mal far si vergogni. Che s'aspetti non so nè che s'agogni Italia, che suoi guai non par che senta, Vecchia, oziosa e lenta.

Dormirà sempre e non fia chi la svegli? Le man l'avess'io avvolte entro capegli. Non spero che giammai dal pigro sonno Mova la testa, per chiamar ch'uom faccia;

Sì gravemente è oppressa e di tal soma. Ma non senza destino alle tue braccia, Che scuoter forte e sollevarla ponno, È or commesso il nostro capo Roma.

Pon man in quella venerabil chioma Securamente e nelle trecce sparte, Sì che la neghittosa esca del fango. I', che dì e notte del suo strazio piango,

Di mia speranza ho in te la maggior parte: Che se 'l popol di Marte Devesse al proprio onor alzar mai gli occhi, Parmi pur ch'a' tuoi dì la grazia tocchi.

L'antiche mura ch'ancor teme ed ama, E trema 'l mondo quando si rimembra Del tempo andato e 'ndietro si rivolve; E i sassi dove fur chiuse le membra

Di ta' che non saranno senza fama Se l'universo pria non si dissolve; E tutto quel ch'una ruina involve, Per te spera saldar ogni suo vizio.

O grandi Scipioni, o fedel Bruto, Quanto v'aggrada, se gli è ancor venuto Romor laggiù del ben locato offizio! Come cre' che Fabbrizio

Si faccia lieto udendo la novella! E dice: Roma mia sarà ancor bella. E se cosa di qua nel ciel si cura, L'anime che lassù son cittadine,

Ed hanno i corpi abbandonati in terra, Del lungo odio civil ti pregan fine, Per cui la gente ben non s'assecura, Onde 'l cammin a' lor tetti si serra,

Che fur già sì devoti, ed ora in guerra Quasi spelunca di ladron son fatti, Tal ch'a' buon solamente uscio si chiude; E tra gli altari, e tra le statue ignude

Ogn'impresa crudel par che si tratti. Deh quanto diversi atti! Nè senza squille s'incomincia assalto, Che per Dio ringraziar fur poste in alto.

Le donne lagrimose, e 'l vulgo inerme Della tenera etate, e i vecchi stanchi, C'hanno se in odio e la soverchia vita, E i neri fraticelli e i bigi e i bianchi,

Con l'altre schiere travagliate e 'nferme, Gridan: o signor nostro, aita, aita; E la povera gente sbigottita Ti scopre le sue piaghe a mille a mille,

Ch'Annibale, non ch'altri, farian pio. E se ben guardi alla magion di Dio, Ch'arde oggi tutta, assai poche faville Spegnendo, fien tranquille

Le voglie, che si' mostran sì 'nfiammate; Onde fien l'opre tue nel ciel laudate. Orsi, lupi, leoni, aquile e serpi Ad una gran marmorea colonna

Fanno noia sovente, ed a se danno. Di costor piagne quella gentil donna, Che t'ha chiamato, acciocchè di lei sterpi Le male piante, che fiorir non sanno.

Passato è già più che 'l millesim'anno Che 'n lei mancar quell'anime leggiadre Che locata l'avean là dov'ell'era. Ahi nova gente oltra misura altera,

Irreverente a tanta ed a tal madre! Tu marito, tu padre; Ogni soccorso di tua man s'attende; Che 'l maggior padre ad altr'opera intende.

Rade volte adivien ch'all'alte imprese Fortuna ingiuriosa non contrasti, Ch'agli animosi fatti mal s'accorda. Ora sgombrando 'l passo onde tu intrasti,

Fammisi perdonar molt'altre offese; Ch'almen qui da se stessa si discorda: Però che, quanto 'l mondo si ricorda, Ad uom mortal non fu aperta la via

Per farsi, come a te, di fama eterno; Che puoi drizzar, s'i' non falso discerno, In stato la più nobil monarchia. Quanta gloria ti fia

Dir: gli altri l'aitar giovine e forte; Questi in vecchiezza la scampò da morte! Sopra 'l monte Tarpeo, Canzon, vedrai Un cavalier ch'Italia tutta onora,

Pensoso più d'altrui che di se stesso. Digli: un che non ti vide ancor da presso, Se non come per fama uom s'innamora, Dice che Roma ogni ora,

Con gli occhi di dolor bagnati e molli, Ti chier mercè da tutti sette i colli.

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