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1798–1837

9

Giacomo Leopardi

Di già sorgeva il luminoso cocchio Febo guidando, e i sottoposti colli, E i vasti campi ad indorar, veloce Per l'eterea magion volgeva il corso,

Già del presago augello udiasi il canto Annunziator del rinascente giorno: Quando in tremenda maestà raccolte Quinci, e quindi le forti, audaci schiere

S'avvanzano del pari, alto di polve Turbin s'innalza, e sfolgorar si vede L'aperto campo ai luminosi raggi De l'arme aurate, e dei lucenti acciari:

Trema percosso il suolo al grave pondo De le turbe nemiche; in fiero aspetto L'empia Discordia, e il rio furor precede La sanguigna squassando accesa face;

Erra il terror pel campo, e già di Marte L'aura fatal l'ardenti squadre investe; Già la tromba guerriera il segno diede Di strage annunziator: piombano a un tratte

D'ambe le parti le furenti schiere Contro il nemico stuol; così talora Esce feroce dal covil nascosto Lione irsuto, e la chiomata testa

Truce scuotendo, e digrignando i denti Contro avverso cignal, che il grifo orrendo Audace mostra in volto fier s'avventa... L'aste appuntate in pria vibrar le forti

Squadre marziali, ma spezzate a un tratto Caddero queste al suol, dei ferrei scudi L'urto impotenti a sostener; le spade Snudano quindi, e per sentier di sangue

Scorrendo vanno, e il fido acciar ruotando De gl'inimici al petto apronsi il varco. Tosto il fiero Scipion su' d'alto cocchio In minacciosa maestade assiso

Amiche turbe, esclama, orsù di Roma La libertade difendiam, s'atterri Il crudele oppressor, trafitto cada L'orgoglioso tiranno, andiam, co l'armi

Vincansi le sue turme, ed ci conosca, Che d'un Romano in cuor nò non è spento Il coraggio, il valor; degni mostriamci Del latin nome, e vincitore, o vinto

Il fier nemico ad apprezzarci impari. Disse, e sferzando i rapidi destrieri Contro si scaglia a le frementi schiere; Seguonlo ardenti le Romane turbe

Fuoco spiranti, e cupo orror di morte Dal fosco ciglio; il giorno oscura un folto Nuvol di dardi, e di lanciate pietre. A l'impeto tremendo, al fiero scontro,

A l'urto sanguinoso il forte stuolo Si arretra, e cede al fulminante brando Del feroce Scipion: furiosa Erinni Questi rassembra, che d'Averno uscita

Scuota il flagello sibilante, e orrendo; Somiglia l'elmo a le fischianti serpi Terribil crine dei Tartarei mostri, E vibran l'armi rilucenti raggi,

Come d'erebo ignito orride fiamme. E già cadean di libertade infranti I ferrei lacci, e vincitor pel campo Del Console scorrea l'ardente stuolo,

Che qual torrente impetuoso, o scabro Masso spiccato da la cima alpestre D'inospitale, e dirupato monte Strage ovunque recava, il fiero Duce

Animoso seguendo, a cui di morte Notte letal cuopriva il ciglio orrendo: Quando ad un tratto polveroso, e tinto Di nero sangue il Dittator d'innanzi

Fassi a l'Eroe, che vittorioso intorno Ruotava il brando, ed inseguìa feroce Il fuggitivo esercito tremante; E vieni, esclama, il tuo signore affronta,

Iniquo Duce, sprezzator malvagio Del sovrano poter, vieni trafiggi Quegli a cui Roma diè di se l'impero; Vibra l'asta infedel contro il mio petto;

Il tuo nemico, il Dittator son io. Come l'ondoso mar da opposti venti Agitato, e commosso i vasti flutti Al cielo innalza, e si sconvolge, e bolle

Fra l'orrido mugghiar sul curvo dorso De lo spumante, ed arenoso lido: Tal di Scipione in cuor l'ardente sdegno Cupo–fremea tra le focose vampe

D'indomito furor; tosto feroce Impugna l'asta, ed al nemico usbergo Drizza la ferrea punta, e vibra il colpo Rapido sì, ma più veloce un dardo

Vola fischiando, e a lui trafigge, e abbatte L'armata destra; urlo di doglia, e rabbia Manda il Console fier; di man gli cadde L'asta appuntata, e non difeso il petto

Al Dittatore offrì; l'acciar guerriero Ei tosto snuda, e contro lui s'avventa Spirando ira, e terror, ma accorre a un tratto Il fido stuolo, ed il piagato Duce

Cinge d'intorno, e i forti scudi oppone Al mortifero colpo; allor fremendo Sferza i destrieri il Dittatore, e vola Ove ferve la pugna; il Rè Numida

Scorge, che assiso in su' d'altero cocchio Fra l'aste, e l'armi le nemiche turme Dispergendo inseguìa, ma d'altra parte Fuggir rimira de l'opposte squadre

Il palpitante stuolo: il nudo acciaro Con la destra reggendo ci si rivolge Al Mauritanio esercito feroce; Aura di morte, ed alto lutto il segue,

Precedelo il terror; l'orrida vista A sostener non vale il fier Numida, E un panico spavento occupa a un tratto Le vincitrici schiere, e già veloci

Volgono indietro il piè; tosto le avverse, Guerriere turbe ad inseguir si danno L'esercito fuggente; il sangue scorre Come torbido fiume, i morti corpi

Cuoprono il suol; le vittoriose squadre A le vinte soggiacciono. Squassando L'asta grondante di nemico sangue Pel vasto campo il vincitor passeggia,

E con il fermo piè l'estinte salme Dei Romani calpesta, e già gli sembra Regnar sul campidoglio, e al mondo intero Leggi dettare in maestoso aspetto,

E prostesi mirare a' piedi suoi E popoli, e città, regni, ed imperi. Folle! da l'alto ciel con torvo ciglio Quirino il mira, e minaccioso il Nume

Squassa il fulmin trisulco; orrido lampo Fende l'aria ad un tratto, il cupo tuono Con terribil fragor tremendo scoppia, De L'Euro più veloce il fiammeggiante

Acceso dardo piomba: il fiero Duce Spaventato si arresta, e l'elmo altero Co la destra percuote, un freddo gelo A lui scorre per l'ossa; intorno volge

Dubitando lo sguardo, e il ciel rimira Corruciarsi, oscurarsi, orride nubi Ottenebrare il dì; Giove che annunzi? Tremante esclama, un sì funesto augurio

Qual colpa meritò? perchè la terra Fuma pel dardo tuo? dicea, quand'ecco Austro veloce sorge, e in fuga pone Procelle, e nembi, serenossi il cielo,

Ma non tranquillo ancor, con mesta fronte Il fiero Dittator la lancia, e il brando Tinti reggendo di Romano sangue A la tenda marzial rivolge il passo.

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