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1798–1837

88 (RVF 359)

Giacomo Leopardi

Quando il soave mio fido conforto, Per dar riposo alla mia vita stanca, Ponsi del letto in su la sponda manca Con quel suo dolce ragionare accorto;

Tutto di pieta e di paura smorto, Dico: onde vien tu ora, o felice alma? Un ramoscel di palma Ed un di lauro trae del suo bel seno;

E dice: dal sereno Ciel empireo e di quelle sante parti Mi mossi, e vengo sol per consolarti. In atto ed in parole la ringrazio

Umilemente, e poi domando: or donde Sai tu 'l mio stato? Ed ella: le trist'onde Del pianto, di che mai tu non se' sazio, Con l'aura de' sospir, per tanto spazio

Passano al cielo e turban la mia pace. Sì forte ti dispiace Che di questa miseria sia partita, E giunta a miglior vita?

Che piacer di devria, se tu m'amasti Quanto in sembianti e ne' tuo' dir mostrasti. Rispondo: io non piango altro che me stesso, Che son rimaso in tenebre e 'n martire,

Certo sempre del tuo al ciel salire Come di cosa ch'uom vede da presso. Come Dio e Natura avrebben messo In un cor giovenil tanta virtute,

Se l'eterna salute Non fosse destinata al suo ben fare? O dell'anime rare, Ch'altamente vivesti qui fra noi,

E che subito al ciel volasti poi! Ma io che debbo altro che pianger sempre, Misero e sol, che senza te son nulla? Ch'or foss'io spento al latte ed alla culla,

Per non provar dell'amorose tempre! Ed ella: a che pur piangi e ti distempre? Quant'era meglio alzar da terra l'ali; E le cose mortali

E queste dolci tue fallaci ciance Librar con giusta lance; E seguir me, s'è ver che tanto m'ami, Cogliendo omai qualcun di questi rami!

I' volea dimandar, rispond'io allora, Che voglion importar quelle due frondi. Ed ella: tu medesmo ti rispondi, Tu la cui penna tanto l'una onora.

Palma è vittoria; ed io, giovene ancora, Vinsi 'l mondo e me stessa: il lauro segna Trionfo, ond'io son degna, Mercè di quel Signor che mi diè forza.

Or tu, s'altri ti sforza, A lui ti volgi, a lui chiedi soccorso; Sì che siam seco al fine del tuo corso. Son questi i capei biondi e l'aureo nodo,

Dico io, ch'ancor mi stringe, e quei begli occhi Che fur mio Sol? Non errar con li sciocchi, Nè parlar, dice, o creder a lor modo. Spirito ignudo sono, e 'n ciel mi godo:

Quel che tu cerchi, è terra già molt'anni: Ma per trarti d'affanni, M'è dato a parer tale. Ed ancor quella Sarò, più che mai bella,

A te più cara, sì selvaggia e pia Salvando insieme tua salute e mia. I' piango; ed ella il volto Con le sue man m'asciuga; e poi sospira

Dolcemente; e s'adira Con parole che i sassi romper ponno: E dopo questo, si parte ella e 'l sonno.

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