Del cibo onde 'l Signor mio sempre abbonda,
Lagrime e doglia, il cor lasso nudrisco;
E spesso tremo e spesso impallidisco,
Pensando alla sua piaga aspra e profonda.
Ma chi nè prima, simil nè seconda
Ebbe al suo tempo, al letto in ch'io languisco,
Vien tal ch'appena a rimirar l'ardisco,
E pietosa s'asside in su la sponda.
Con quella man che tanto desiai,
M'asciuga gli occhi, e col suo dir m'apporta
Dolcezza ch'uom mortal non sentì mai.
Che val, dice, a saver, chi si sconforta?
Non pianger più; non m'hai tu pianto assai?
Ch'or fostu vivo com'io non son morta.