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1798–1837

7 (RVF 28)

Giacomo Leopardi

O aspettata in ciel, beata e bella Anima, che di nostra umanitade Vestita vai, non, come l'altre, carca; Perchè ti sian men dure omai le strade,

A Dio diletta, obediente ancella, Onde al suo regno di quaggiù si varca; Ecco novellamente alla tua barca, Ch'al cieco mondo ha già volte le spalle

Per gir a miglior porto, D'un vento occidental dolce conforto, Lo qual per mezzo questa oscura valle, Ove piangiamo il nostro e l'altrui torto,

La condurrà de' lacci antichi sciolta Per drittissimo calle Al verace oriente, ov'ella è volta. Forse i devoti e gli amorosi preghi

E le lagrime sante de' mortali Son giunte innanzi alla pietà superna; E forse non fur mai tante nè tali, Che per merito lor punto si pieghi

Fuor di suo corso la giustizia eterna; Ma quel benigno Re che 'l ciel governa, Al sacro loco ove fu posto in croce, Gli occhi per grazia gira;

Onde nel petto al novo Carlo spira La vendetta, ch'a noi tardata noce, Sì che molt'anni Europa ne sospira: Così soccorre alla sua amata sposa;

Tal che sol della voce Fa tremar Babilonia e star pensosa. Chiunque alberga tra Garonna e 'l monte E 'ntra 'l Rodano e 'l Reno e l'onde salse,

Le 'nsegne Cristianissime accompagna; Ed a cui mai di vero pregio calse Dal Pireneo all'ultimo orizzonte, Con Aragon lassarà vota Ispagna:

Inghilterra con l'isole che bagna L'Oceano intra 'l Carro e le Colonne Infin là dove sona Dottrina del santissimo Elicona,

Varie di lingue e d'arme e delle gonne, All'alta impresa caritate sprona. Deh qual amor sì licito o sì degno, Qua' figli mai, quai donne

Furon materia a sì giusto disdegno? Una parte del mondo è che si giace Mai sempre in ghiaccio ed in gelate nevi, Tutta lontana dal cammin del sole.

Là, sotto i giorni nubilosi e brevi, Nemica naturalmente di pace, Nasce una gente a cui 'l morir non dole. Questa se più devota che non sole,

Col tedesco furor la spada cigne; Turchi, Arabi e Caldei, Con tutti quei che speran nelli Dei Di qua dal mar che fa l'onde sanguigne,

Quanto sian da prezzar, conoscer dei: Popolo ignudo, paventoso e lento, Che ferro mai non strigne, Ma tutt'i colpi suoi commette al vento.

Dunque ora è 'l tempo da ritrarre il collo Dal giogo antico, e da squarciar il velo Ch'è stato avvolto intorno agli occhi nostri; E che 'l nobile ingegno che dal Cielo

Per grazia tien' dell'immortale Apollo, E l'eloquenza sua vertù qui mostri Or con la lingua, or con laudati inchiostri: Perchè d'Orfeo leggendo e d'Anfione,

Se non ti maravigli, Assai men fia ch'Italia co' suoi figli Si desti al suon del tuo chiaro sermone, Tanto che per Gesù la lancia pigli:

Che, s'al ver mira questa antica madre, In nulla sua tenzone Fur mai cagion sì belle e sì leggiadre. Tu, c'hai, per arricchir d'un bel tesauro,

Volte l'antiche e le moderne carte, Volando al ciel con la terrena soma; Sai, dall'imperio del figliuol di Marte Al grande Augusto, che di verde lauro

Tre volte, trionfando, ornò la chioma, Nell'altrui ingiurie del suo sangue Roma Spesse fiate quanto fu cortese. Ed or perchè non fia,

Cortese no, ma conoscente e pia A vendicar le dispietate offese Col figliuol glorioso di Maria? Che dunque la nemica parte spera

Nell'umane difese, Se Cristo sta dalla contraria schiera? Pon mente al temerario ardir di Serse, Che fece, per calcar i nostri liti,

Di novi ponti oltraggio alla marina; E vedrai nella morte de' mariti Tutte vestite a brun le donne Perse, E tinto in rosso il mar di Salamina.

E non pur questa misera ruina Del popolo infelice d'oriente Vittoria ten promette, Ma Maratona, e le mortali strette

Che difese il Leon con poca gente, Ed altre mille c'hai scoltate e lette. Perchè inchinar a Dio molto convene Le ginocchia e la mente,

Che gli anni tuoi riserva a tanto bene. Tu vedra' Italia e l'onorata riva, Canzon, ch'agli occhi miei cela e contende, Non mar, non poggio o fiume,

Ma solo Amor, che del suo altero lume Più m'invaghisce dove più m'incende: Nè natura può star contra 'l costume. Or movi; non smarrir l'altre compagne:

Che non pur sotto bende Alberga Amor, per cui si ride e piagne.

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