Vuoi saper che sei tu? disse
Al Capriccio un giorno Amore:
Erri sempre; e ne l'errore
Godi inutil libertà.
Un leggier desio ti guida,
Che n'ha mille in se raccolti,
Che si slancia a quanti volti
Gli presentano beltà.
Vola intorno il tuo diletto;
Ma non entra in mezzo al core;
Né sa mai di quel licore
Che si chiama voluttà.
Non conosci tenerezza,
Non raffini il sentimento;
Forse privo di tormento,
Senza aver felicità.
Vuoi saper che sei tu, Amore?
Il Capriccio gli rispose:
Tu di lunghe idee noiose
Malinconico inventor.
La tua brama ti dà pena;
Soddisfatta, te l'accresce:
E indistinto a te si mesce
Il contento col dolor.
E d'un folle non è questo
Il carattere più espresso?
Forse sono un folle io stesso;
Ma di noi chi folle è più?
Vario è il corso d'ogni cosa;
Vario ancora è il genio mio:
Io più godo. E non son io
Folle men che non sei tu?
Sì, rispose Amor, tu passi
Più di me giorni ridenti,
Perché poco o nulla senti;
Sempre al volgo avvien così.
Ah, son l'anime gentili
Nate al duol: ma quando viene
Il momento del lor bene,
Val per mille de' tuoi dì.