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1798–1837

65 (RVF 332)

Giacomo Leopardi

Mia benigna fortuna e 'l viver lieto, I chiari giorni e le tranquille notti, E i soavi sospiri, e 'l dolce stile Che solea risonar in versi e 'n rime,

Volti subitamente in doglia e 'n pianto Odiar vita mi fanno e bramar morte. Crudele, acerba, inesorabil Morte, Cagion mi dai di mai non esser lieto,

Ma di menar tutta mia vita in pianto, E i giorni oscuri e le dogliose notti. I miei gravi sospir non vanno in rime; E 'l mio duro martir vince ogni stile.

Ov'è condotto il mio amoroso stile? A parlar d'ira, a ragionar di morte. U' sono i versi, u' son giunte le rime Che gentil cor udia pensoso e lieto?

Ov'è 'l favoleggiar d'amor le notti? Or non parl'io nè penso altro che pianto. Già mi fu col desir sì dolce il pianto Che condia di dolcezza ogni agro stile,

E vegghiar mi facea tutte le notti: Or m'è 'l pianger amaro più che morte, Non sperando mai 'l guardo onesto e lieto, Alto soggetto alle mie basse rime.

Chiaro segno Amor pose alle mie rime Dentro a' begli occhi; ed or l'ha posto in pianto, Con dolor rimembrando il tempo lieto: Ond'io vo col penser cangiando stile,

E ripregando te, pallida Morte, Che mi sottragghi a sì penose notti. Fuggito è 'l sonno alle mie crude notti, E 'l suono usato alle mie roche rime,

Che non sanno trattar altro che morte: Così è 'l mio cantar converso in pianto. Non ha 'l regno d'Amor sì vario stile; Ch'è tanto or tristo, quanto mai fu lieto.

Nessun visse giammai più di me lieto; Nessun vive più tristo e giorni e notti: E doppiando 'l dolor, doppia lo stile, Che trae del cor sì lagrimose rime.

Vissi di speme; or vivo pur di pianto, Nè contra Morte spero altro che Morte. Morte m'ha morto; e sola può far Morte Ch'i' torni a riveder quel viso lieto,

Che piacer mi facea i sospiri e 'l pianto, L'aura dolce e la pioggia alle mie notti; Quando i pensieri eletti tessea in rime, Amor alzando il mio debile stile.

Or avess'io un sì pietoso stile Che Laura mia potesse torre a Morte, Com'Euridice Orfeo sua senza rime: Ch'i' viverei ancor più che mai lieto.

S'esser non può, qualcuna d'este notti Chiuda omai queste due fonti di pianto. Amor, i' ho molti e molt'anni pianto Mio grave danno in doloroso stile;

Nè da te spero mai men fere notti; E però mi son mosso a pregar Morte Che mi tolla di qui, per farme lieto Ov'è colei ch'io canto e piango in rime.

Se sì alto pon gir mie stanche rime, Ch'aggiungan lei ch'è fuor d'ira e di pianto, E fa 'l ciel or di sue bellezze lieto; Ben riconoscerà 'l mutato stile,

Che già forse le piacque, anzi che Morte Chiaro a lei il giorno, a me fesse atre notti. O voi che sospirate a miglior notti, Ch'ascoltate d'Amore o dite in rime,

Pregate non mi sia più sorda Morte, Porto delle miserie e fin del pianto; Muti una volta quel suo antico stile, Ch'ogni uom attrista, e me può far sì lieto.

Far mi può lieto in una o 'n poche notti: E 'n aspro stile e 'n angosciose rime. Prego che 'l pianto mio finisca Morte.

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