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1798–1837

63 (RVF 73)

Giacomo Leopardi

Poi che per mio destino A dir mi sforza quell'accesa voglia Che m'ha sforzato a sospirar mai sempre, Amor, ch'a ciò m'invoglia,

Sia la mia scorta e 'nsegnimi 'l cammino, E col desio le mie rime contempre; Ma non in guisa che lo cor si stempre Di soverchia dolcezza; com'io temo

Per quel ch'i' sento ov'occhio altrui non giugne; Che 'l dir m'infiamma e pugne; Nè per mio ingegno (ond'io pavento e tremo), Siccome talor sole,

Trovo 'l gran foco della mente scemo; Anzi mi struggo al suon delle parole, Pur com'io fossi un uom di ghiaccio al Sole. Nel cominciar credia

Trovar, parlando, al mio ardente desire Qualche breve riposo e qualche tregua. Questa speranza ardire Mi porse a ragionar quel ch'i' sentia:

Or m'abbandona al tempo, e si dilegua. Ma pur conven che l'alta impresa segua, Continuando l'amorose note; Sì possente è 'l voler che mi trasporta;

E la ragione è morta, Che tenea 'l freno, e contrastar nol pote. Mostrimi almen ch'io dica Amor, in guisa che se mai percote

Gli orecchi della dolce mia nemica, Non mia ma di pietà la faccia amica. Dico: se 'n quella etate Ch'al vero onor fur gli animi sì accesi,

L'industria d'alquanti uomini s'avvolse Per diversi paesi, Poggi ed onde passando; e l'onorate Cose cercando, il più bel fior ne colse;

Poi che Dio e Natura ed Amor volse Locar compitamente ogni virtute In quei be' lumi ond'io gioioso vivo, Questo e quell'altro rivo

Non conven ch'i' trapasse e terra mute: A lor sempre ricorro, Come a fontana d'ogni mia salute; E quando a morte desiando corro,

Sol di lor vista al mio stato soccorro. Come a forza di venti Stanco nocchier di notte alza la testa A' duo lumi c'ha sempre il nostro polo,

Così nella tempesta Ch'i' sostengo d'amor, gli occhi lucenti Sono il mio segno e 'l mio conforto solo. Lasso, ma troppo è più quel ch'io ne 'nvolo

Or quinci or quindi, com'Amor m'informa, Che quel che vien da grazioso dono. E quel poco ch'i' sono Mi fa di loro una perpetua norma:

Poi ch'io li vidi in prima, Senza lor a ben far non mossi un'orma: Così gli ho di me posti in su la cima; Che 'l mio valor per se falso s'estima.

I' non poria giammai Immaginar non che narrar gli effetti Che nel mio cor gli occhi soavi fanno. Tutti gli altri diletti

Di questa vita ho per minori assai; E tutt'altre bellezze indietro vanno. Pace tranquilla, senz'alcuno affanno, Simile a quella che nel ciel eterna,

Move dal lor innamorato riso. Così vedess'io fiso Com'Amor dolcemente gli governa, Sol un giorno da presso,

Senza volger giammai rota superna; Nè pensassi d'altrui nè di me stesso; E 'l batter gli occhi miei non fosse spesso. Lasso, che desiando

Vo quel ch'esser non puote in alcun modo; E vivo del desir fuor di speranza. Solamente quel nodo Ch'Amor circonda alla mia lingua quando

L'umana vista il troppo lume avanza, Fosse disciolto: i' prenderei baldanza Di dir parole in quel punto sì nove Che farian lagrimar chi le 'ntendesse.

Ma le ferite impresse Volgon per forza il cor piagato altrove: Ond'io divento smorto, E 'l sangue si nasconde i' non so dove,

Nè rimango qual era; e sonmi accorto Che questo è 'l colpo di che Amor m'ha morto. Canzone, i' sento già stancar la penna Del lungo e dolce ragionar con lei,

Ma non di parlar meco i pensier miei.

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