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1798–1837

(6)

Giacomo Leopardi

Un gatto professore in ghiottornia, Che a rubar cominciò fin da la cuna, E che, a rapire un boccon buono, avria Fatto un salto mortal fin su la luna;

Saltò d'un usignol su la prigione, E del raro cantor fece un boccone. Al comune padron fu nota appena Del domestico musico la sorte,

Che sdegnato giurò di dare in pena Del misfatto crudel, terribil morte: Onde ciascun de la famiglia intento Era in cercar l'autor del tradimento.

Frattanto il reo l'universal minaccia Da un canto udiva; e gli tremava il core: Pur disinvolto con sicura faccia Stava dissimulando il suo timore.

Un reo talor da lo spavento è colto, E se il labbro negò confessa il volto. Ei non così; ma con tranquilla cera La tempesta del cor sì bene ascose,

Che pur un sol de la sdegnata schiera In lui non mai tal reità suppose, E concorrer parea già con la calma Che nel volto apparia, quella de l'alma.

Ma nel colmo però del suo timore Dicon ch'ei fe tacitamente un voto: E fu, che se quel suo commesso errore Fosse restato al suo padrone ignoto,

Non avrebbe mai più preso o mangiato Uccelli, o carne d'animale alato. Vano il voto non fu: brev'ora estinse L'ire; e rimase il traditore intatto:

Ond'ei, sicuro, ad osservar s'accinse L'astinenza penosa al cor d'un gatto. Or mentre a l'osservanza ei si dispone, Eccolo in una fiera tentazione.

Venne sotto l'artiglio un pipistrello, De' più bei che la notte unqua vedesse: Ma perché ha l'ali, e passa per uccello, Ei rammenta al pensier le sue promesse:

Mosso da l'appetito, al cibo aspira; Lo scrupolo l'avverte, e lo ritira. Pur l'animal passò; passò con lui L'occasion precipitosa e lieve;

Ed il gatto mantenne i voti sui: Forse perché la tentazion fu breve. Ma il folle pipistrel, dando di volta, Tornò sotto l'artiglio un'altra volta.

Messer lo gatto allor gli salta addosso, E gli scrupoli serba a miglior uopo. Io, decide tra sé, mangiar lo posso, Come uccello non già, ma come topo.

Così con dottoral temperamento Soddisfé l'appetito e il giuramento.

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