Allor che il vivo sangue
De la Diva di amor
Fe vermiglio quel fior
Che l'avea punta,
Provonne invido duolo
De le piante lo stuolo
Che sorgeva ne i prati di Amatunta.
E ciascuna dicea:
Ah, perché, avaro Ciel,
Non mi desti uno stel
Di spine cinto?
Che di color novello,
Più ridente e più bello,
Forse il mio fior vedrei vestito e pinto.
L'aspro, pungente cardo
Quei lamenti ascoltò;
E di sue spine andò
Superbo tanto,
Che già, con folle idea,
Acquistar si credea
Al negletto suo fior nobile ammanto.
E mirando in quel punto
Venire un Amorin
A corre un gelsomin,
Che gli era allato;
Spinse le punte ardite;
E da crude ferite
Il tenero fanciul restò piagato.
Domandando vendetta
Contro chi lo ferì,
A la madre fuggì
Piangendo il figlio:
E la madre sdegnata
La rea pianta malnata
Fuori del prato allor mandò in esiglio.
Poiché vider le piante
Che in pena del ferir
Ebbe il cardo a soffrir
L'ire divine,
Del primiero desio
Ognuna si pentio,
E al Ciel non più ridimandò le spine.
Quando cieca fortuna
Assegna al mal oprar larga mercede,
Misero chi cedendo al folle esempio,
Dal sentier di onestà ritratto il piede,
L'orme segue de l'empio.