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1798–1837

(6)

Giacomo Leopardi

Allor che il vivo sangue De la Diva di amor Fe vermiglio quel fior Che l'avea punta,

Provonne invido duolo De le piante lo stuolo Che sorgeva ne i prati di Amatunta. E ciascuna dicea:

Ah, perché, avaro Ciel, Non mi desti uno stel Di spine cinto? Che di color novello,

Più ridente e più bello, Forse il mio fior vedrei vestito e pinto. L'aspro, pungente cardo Quei lamenti ascoltò;

E di sue spine andò Superbo tanto, Che già, con folle idea, Acquistar si credea

Al negletto suo fior nobile ammanto. E mirando in quel punto Venire un Amorin A corre un gelsomin,

Che gli era allato; Spinse le punte ardite; E da crude ferite Il tenero fanciul restò piagato.

Domandando vendetta Contro chi lo ferì, A la madre fuggì Piangendo il figlio:

E la madre sdegnata La rea pianta malnata Fuori del prato allor mandò in esiglio. Poiché vider le piante

Che in pena del ferir Ebbe il cardo a soffrir L'ire divine, Del primiero desio

Ognuna si pentio, E al Ciel non più ridimandò le spine. Quando cieca fortuna Assegna al mal oprar larga mercede,

Misero chi cedendo al folle esempio, Dal sentier di onestà ritratto il piede, L'orme segue de l'empio.

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