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1798–1837

58 (RVF 325)

Giacomo Leopardi

Tacer non posso, e temo non adopre Contrario effetto la mia lingua al core, Che vorria far onore Alla sua donna che dal ciel n'ascolta.

Come poss'io se non m'insegni, Amore, Con parole mortali agguagliar l'opre Divine e quel che copre Alta umiltate in se stessa raccolta?

Nella bella prigione, ond'or è sciolta, Poco era stata ancor l'alma gentile Al tempo che di lei prima m'accorsi; Onde subito corsi

(Ch'era dell'anno e di mi' etate aprile) A coglier fiori in quei prati d'intorno, Sperando agli occhi suoi piacer sì adorno. Muri eran d'alabastro e tetto d'oro,

D'avorio uscio e fenestre di zaffiro, Onde 'l primo sospiro Mi giunse al cor, e giugnerà l'estremo. Indi i messi d'Amor armati usciro

Di saette e di foco: ond'io di loro, Coronati d'alloro, Pur com'or fosse, ripensando tremo. D'un bel diamante quadro e mai non scemo

Vi si vedea nel mezzo un seggio altero, Ove sola sedea la bella donna. Dinanzi una colonna Cristallina, ed iv'entro ogni pensero

Scritto, e fuor tralucea sì chiaramente Che mi fea lieto e sospirar sovente. Alle pungenti, ardenti e lucid'arme, Alla vittoriosa insegna verde,

Contra cu'in campo perde Giove ed Apollo e Polifemo e Marte; Ov'è 'l pianto ogni or fresco e si rinverde, Giunto mi vidi: e non possendo aitarme,

Preso lasciai menarme Ond'or non so d'uscir la via nè l'arte. Ma siccom'uom talor che piange e parte Vede cosa che gli occhi e 'l cor alletta,

Così colei perch'io son in prigione, Standosi ad un balcone, Che fu sola a' suoi dì cosa perfetta, Cominciai a mirar con tal desio

Che me stesso e 'l mio mal posi in obblio. I' era in terra, e 'l cor in paradiso, Dolcemente obbliando ogni altra cura; E mia viva figura

Far sentia un marmo e 'mpier di maraviglia: Quand'una donna assai pronta e secura, Di tempo antica e giovene del viso, Vedendomi sì fiso

All'atto della fronte e delle ciglia, Meco, mi disse, meco ti consiglia, Ch'i' son d'altro poder che tu non credi; E so far lieti e tristi in un momento,

Più leggiera che 'l vento; E reggo e volvo quanto al mondo vedi. Tien pur gli occhi, com'aquila, in quel sole; Parte da' orecchi a queste mie parole.

Il dì che costei nacque, eran le stelle Che producon fra voi felici effetti, In luoghi alti ed eletti, L'una ver l'altra con amor converse:

Venere e 'l padre con benigni aspetti Tenean le parti signorili e belle; E le luci empie e felle Quasi in tutto del ciel eran disperse.

Il Sol mai sì bel giorno non aperse: L'aere e la terra s'allegrava, e l'acque Per lo mar avean pace e per li fiumi. Fra tanti amici lumi,

Una nube lontana mi dispiacque; La qual temo che 'n pianto si risolve, Se pietate altramente il ciel non volve. Com'ella venne in questo viver basso,

Ch'a dir il ver, non fu degno d'averla, Cosa nova a vederla, Già santissima e dolce, ancor acerba, Parea chiusa in or fin candida perla:

Ed or carpone, or con tremante passo Legno, acqua, terra o sasso Verde facea, chiara, soave, e l'erba Con le palme e coi piè fresca e superba,

E fiorir co' begli occhi le campagne, Ed acquetar i venti e le tempeste Con voci ancon non preste Di lingua che dal latte si scompagne;

Chiaro mostrando al mondo sordo e cieco Quanto lume del ciel fosse già seco. Poi che crescendo in tempo ed in virtute, Giunse alla terza sua fiorita etate,

Leggiadria nè beltate Tanta non vide il Sol, credo, giammai. Gli occhi pien di letizia e d'onestate, E 'l parlar di dolcezza e di salute.

Tutte lingue son mute A dir di lei quel che tu sol ne sai. Sì chiaro ha 'l volto di celesti rai, Che vostra vista in lui non può fermarse:

E da quel suo bel carcere terreno Di tal foco hai 'l cor pieno, Ch'altro più dolcemente mai non arse. Ma parmi che sua subita partita

Tosto ti fia cagion d'amara vita. Detto questo alla sua volubil rota Si volse, in ch'ella fila il nostro stame; Trista e certa indovina de' miei danni:

Che dopo non molt'anni, Quella per ch'io ho di morir tal fame, Canzon mia, spense Morte acerba e rea, Che più bel corpo occider non potea.

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