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1798–1837

56 (RVF 66)

Giacomo Leopardi

L'aere gravato, e l'importuna nebbia Compressa intorno da rabbiosi venti, Tosto conven che si converta in pioggia: E già son quasi di cristallo i fiumi;

E 'n vece dell'erbetta, per le valli Non si ved'altro che pruine e ghiaccio. Ed io nel cor via più freddo che ghiaccio, Ho di gravi pensier tal una nebbia,

Qual si leva talor di queste valli Serrate incontr'a gli amorosi venti E circondate di stagnanti fiumi, Quando cade dal ciel più lenta pioggia.

In picciol tempo passa ogni gran pioggia; E 'l caldo fa sparir le nevi e 'l ghiaccio, Di che vanno superbi in vista i fiumi; Nè mai nascose il ciel sì folta nebbia,

Che sopraggiunta dal furor de' venti Non fuggisse dai poggi e dalle valli. Ma, lasso, a me non val fiorir di valli; Anzi piango al sereno ed alla pioggia,

Ed a' gelati ed ai soavi venti: Ch'allor fia un dì Madonna senza 'l ghiaccio Dentro, e di for senza l'usata nebbia, Ch'i' vedrò secco il mare e laghi e fiumi.

Mentre ch'al mar discenderanno i fiumi, E le fere ameranno ombrose valli, Fia dinanzi a' begli occhi quella nebbia, Che fa nascer de' miei continua pioggia;

E nel bel petto l'indurato ghiaccio, Che trae del mio sì dolorosi venti. Ben debb'io perdonare a tutt'i venti Per amor d'un che 'n mezzo di duo fiumi

Mi chiuse tra 'l bel verde e 'l dolce ghiaccio; Tal ch'i' dipinsi poi per mille valli L'ombra, ov'io fui; che nè calor nè pioggia, Nè suon curava di spezzata nebbia.

Ma non fuggio giammai nebbia per venti Come quel dì, nè mai fiume per pioggia, Nè ghiaccio quando 'l Sol apre le valli.

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