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1798–1837

5.

Giacomo Leopardi

Stavan certi Filosofi parlando Assisi intorno in dotta compagnìa, E de' l'alma de' bruti quistionando. Spiegando una sottil filosofìa

Nel sostenersi eran' cotanto ardenti, Ch'esser bestia qualcun voluto avrìa. Provavano il parer con argomenti Da intimorire e Socrate, e Platone,

Se quivi stati fossero presenti. Ciascuno si credea di aver ragione, Come spesso succede, e a dirla invero, Al mondo non vi fu simil quistione.

Chi spirto la credeva inquieto, e fiero; Chi macchina insensata la chiamava; E chi con bizzarrissimo pensiero Che fossero Demonj contestava,

Che stasser de' le bestie al corpo uniti, E in questo suo parer fisso restava. V'erano alcuni poi cotanto arditi, Che credevan, che fossero immortali;

Spropositi mai più nel mondo uditi! Bella cosa veder per gli animali Applicati, e Filosofi, e Dottori, Come Avvocati a cause criminali.

Sembravan tanti nobili Oratori, E si sapean difendere talmente, Che avuti Ciceron n'avrìa timori. Mentre la dotta turma, ed eloquente

Pensava al suo parer' onde provarlo; Ne' la camera un cane entra repente. Presto dov'è il baston? per discacciarlo Ognun contro gli và; ma il cane umile

Chiede a loro, che vogliano ascoltarlo. Essi per poco acchetano la bile, E il can, che conoscea coteste inquiete Risse, così parlò nel proprio stile.

A voi Signori miei gli occhi volgete, Osservate voi stessi indi di noi, se non vi spiace, ragionar potrete. Doveva il saggio can parlare a voi,

Che de' difetti altrui sol vi curate, Gli altri soltanto riprendete, e poi Voi stessi in obblivion sempre lasciate.

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