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1798–1837

4 (RVF 270)

Giacomo Leopardi

Amor, se vuo' ch'i' torni al giogo antico, Come par che tu mostri, un'altra prova Maravigliosa e nova, Per domar me, convienti vincer pria:

Il mio amato tesoro in terra trova, Che m'è nascosto, ond'io son sì mendico; E 'l cor saggio pudico, Ove suol albergar la vita mia:

E s'egli è ver che tua potenza sia Nel ciel sì grande come si ragiona, E nell'abisso (perchè qui fra noi Quel che tu vali e puoi,

Credo che 'l senta ogni gentil persona); Ritogli a Morte quel ch'ella n'ha tolto, E ripon le tue insegne nel bel volto. Riponi entro 'l bel viso il vivo lume,

Ch'era mia scorta; e la soave fiamma, Ch'ancor, lasso, m'infiamma Essendo spenta; or che fea dunque ardendo? E' non si vide mai cervo nè damma

Con tal desio cercar fonte nè fiume, Qual io il dolce costume, Ond'ho già molto amaro, e più n'attendo, Se ben me stesso e mia vaghezza intendo:

Che mi fa vaneggiar sol del pensero, E gir in parte ove la strada manca, E con la mente stanca Cosa seguir che mai giugner non spero.

Or al tuo richiamar venir non degno, Che signoria non hai fuor del tuo regno. Fammi sentir di quell'aura gentile Di fuor, siccome dentro ancor si sente;

La qual era possente, Cantando, d'acquetar gli sdegni e l'ire; Di serenar la tempestosa mente, E sgombrar d'ogni nebbia oscura e vile;

Ed alzava 'l mio stile Sovra di se, dov'or non poria gire. Agguaglia la speranza col desire; E poi che l'alma è in sua ragion più forte,

Rendi agli occhi, agli orecchi il proprio obbietto, Senza 'l qual, imperfetto È lor oprar, e 'l mio viver è morte. Indarno or sopra me tua forza adopre,

Mentre 'l mio primo amor terra ricopre. Fa ch'io riveggia il bel guardo, ch'un sole Fu sopra 'l ghiaccio ond'io solea gir carco; Fa ch'io ti trovi al varco

Onde senza tornar passò 'l mio core; Prendi i dorati strali e prendi l'arco, E facciamisi udir, siccome sole, Col suon delle parole

Nelle quali io 'mparai che cosa è amore; Movi la lingua ov'erano a tutt'ore Disposti gli ami ov'io fui preso, e l'esca Ch'i' bramo sempre; e i tuoi lacci nascondi

Fra i capei crespi e biondi, Che 'l mio voler altrove non s'invesca; Spargi con le tue man le chiome al vento; Ivi mi lega, e puomi far contento.

Dal laccio d'or non ha mai chi mi scioglia, Negletto ad arte, e 'nnanellato ed irto; Nè dall'ardente spirto Della sua vista dolcemente acerba,

La qual dì e notte, più che lauro o mirto, Tenea in me verde l'amorosa voglia, Quando si veste e spoglia Di fronde il bosco e la campagna d'erba.

Ma poi che Morte è stata sì superba Che spezzò 'l nodo ond'io temea scampare; Nè trovar puoi, quantunque gira il mondo, Di che ordischi 'l secondo;

Che giova, Amor, tuo' ingegni ritentare? Passata è la stagion, perduto hai l'arme Di ch'io tremava: omai che puoi tu farme? L'arme tue furon gli occhi onde l'accese

Saette uscivan d'invisibil foco, E ragion temean poco, Che contra 'l Ciel non val difesa umana; Il pensar e 'l tacer, il riso e 'l gioco,

L'abito onesto e 'l ragionar cortese, Le parole che 'ntese Avrian fatto gentil d'alma villana; L'angelica sembianza, umile e piana,

Ch'or quinci or quindi udia tanto lodarsi; E 'l sedere e lo star, che spesso altrui Poser in dubbio a cui Devesse il pregio di più laude darsi.

Con quest'arme vincevi ogni cor duro: Or se' tu disarmato, i' son securo. Gli animi ch'al tuo regno il Cielo inchina Leghi ora in uno ed or in altro modo:

Ma me sol ad un nodo Legar potei; che 'l Ciel di più non volse. Quell'uno è rotto; e 'n libertà non godo, Ma piango, e grido: ahi nobil pellegrina,

Qual sentenza divina Me legò innanzi, e te prima disciolse? Dio, che sì tosto al mondo ti ritolse, Ne mostrò tanta e sì alta virtute

Solo per infiammar nostro desio. Certo omai non tem'io, Amor, della tua man nove ferute. Indarno tendi l'arco, a voto scocchi:

Sua virtù cadde al chiuder de' begli occhi. Morte m'ha sciolto, Amor, d'ogni tua legge: Quella che fu mia donna, al cielo è gita, Lasciando trista e libera mia vita.

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