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1798–1837

4. NELLE NOZZE DELLA SORELLA PAOLINA.

Giacomo Leopardi

Poi che del patrio nido I silenzi lasciando, e le beate Larve e l'antico error, celeste dono, Ch'abbella a gli occhi tuoi quest'ermo lido,

Te ne la polve de la vita e 'l suono Tragge il destin; l'obbrobriosa etate Che 'l duro cielo a noi prescrisse impara, Sorella mia, che in gravi

E luttuosi tempi L'infelice famiglia a l'infelice Italia accrescerai. Di forti esempi Al tuo sangue provvedi. Aure soavi

L'empio fato interdice A l'umana virtude, Nè pura in gracil petto alma si chiude. O miseri o codardi

Figliuoli avrai. Miseri eleggi. Immenso Tra fortuna e valor dissidio pose Il corrotto costume. Ahi troppo tardi, E ne la sera de l'umane cose,

Acquista oggi chi nasce il moto e 'l senso. Al ciel ne caglia: a te nel petto sieda Questa sovr'ogni cura, Che di fortuna amici

Non crescano i tuoi figli, e non di vile Timor gioco o di speme: onde felici Sarete detti ne l'età futura: Poichè (nefando stile,

Di schiatta ignava e finta) Virtù viva spregiam, lodiamo estinta. Donne, da voi non poco La patria aspetta, e non in danno e scorno

De l'umana progenie al dolce raggio De le pupille vostre il ferro e 'l foco Domar fu dato. A senno vostro il saggio E 'l forte adopra e pensa; e quanto il giorno

Col divo carro accerchia, a voi s'inchina. Ragion di nostra etate Io chieggo a voi. La santa Fiamma di gioventù dunque si spegne

Per vostra mano? attenuata e franta Da voi nostra natura? e le assonnate Menti, e le voglie indegne, E di nervi e di polpe

Scemo il valor natio son vostre colpe? A gli atti egregi è sprone Amor, chi ben l'estima, e d'alto affetto Maestra è la beltà. D'amor digiuna

Siede l'alma di quello a cui nel petto Non brilla, amando, il cor quando a tenzone Scendono i venti, e quando nembi aduna L'olimpo, e fiede le montagne il rombo

De la procella. O spose, O verginette, a voi Chi de' perigli è schivo, e quei che indegno È de la patria e che sue brame e suoi

Volgari affetti in basso loco pose, Odio mova e disdegno; Se nel femmineo core D'uomini ardea non di fanciulle amore.

Madri d'imbelle prole V'incresca esser nomate. I danni e 'l pianto De la virtude a tollerar s'avvezzi La stirpe vostra, e quel che pregia e cole

Il vergognoso tempo, abborra e sprezzi; Cresca a la patria, e gli alti gesti, e quanto A gli avi suoi deggia la terra impari. Qual de' vetusti eroi

Tra le memorie e 'l grido Crescean di Sparta i figli al greco nome; Fin che la sposa giovanetta il fido Brando cingeva al caro lato, e poi

Spandea le negre chiome Sul corpo esangue e nudo Quando e' reddia nel conservato scudo. Virginia, a te la molle

Gota molcea con le celesti dita Beltade onnipossente, e de gli alteri Disdegni tuoi si sconsolava il folle Signor di Roma. Eri pur vaga, ed eri

Ne la stagion ch'a i dolci sogni invita, Quando il rozzo paterno acciar ti ruppe Il bianchissimo petto, E a l'Erebo scendesti

Volonterosa. A me disfiori e scioglia Vecchiezza i membri, o padre; a me s'appresti, Dicea, la tomba anzi che l'empio letto Del tiranno m'accoglia.

E se pur vita e lena Roma avrà dal mio sangue, e tu mi svena. O generosa, ancora Che più bello a' tuoi dì splendesse il sole

Ch'oggi non fa, pur consolata e paga È quella tomba cui di pianto onora L'alma terra nativa. Ecco a la vaga Tua spoglia intorno la romulea prole

Di nova ira sfavilla. Ecco di polve Lorda il tiranno i crini, E libertade avvampa Gli obbliviosi petti, e ne la doma

Terra il marte latino arduo s'accampa Dal buio polo a i torridi confini. Così l'eterna Roma In duri ozi sepolta

Femineo fato avviva un'altra volta.

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