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1798–1837

4.

Giacomo Leopardi

Dal cavo speco orribile, De' venti atra magione, Ove s'annida l'Affrico, Il E il Noto, e l'Aquilone;

Cinta da tale orrifica Turba, alle navi infesta E Con piè furente, e celere Già sbuca la tempesta.

Discende a lei su' l'omero L'irto ceruleo crine, E bieca a mirar ponesi Le ondose acque marine.

Vede il tranquillo pelago Moversi gorgogliando, Ed aleggiare il zeffiro, I suoi flutti increspando.

Mira le navi placide, Spinte d'amico vento Solcar col rostro ferreo L'infido, ampio elemento.

Invida, irata, e torbida Il passo avverso arresta, E il crudo sdegno, fervido Nel petto a lei si desta.

Mirar non puote scorrere Tranquillamente l'onde, Ma vuol, che le sconvolgano Procelle furibonde.

Gli austri il suo cenno ascoltano Umili, ed ubidienti, E contro de' l'Oceano Si scagliano furenti.

Ecco d'intorno oscurasi Ottenebrato il cielo, E lo ricopre un torbido, Atro-funesto velo.

Striscia fra dense nuvole Il lampo, e col fulgore Veloce il cielo illumina E inspira alto terrore

Dai sommi poli eterei Il tuono strepitoso Muggisce con orrisono Fragore spaventoso.

Per il sulfureo folgore Ardere il ciel già sembra, E ognuno ha fredde, e gelide Le palpitanti membra.

Ma lo sconvolto pelago Alzando i suoi spumanti Flutti nembosi, e torbidi, Assorbe i naviganti.

E poppe, e prore vedonsi Infrante galleggiare, E vele, e sarte, e gomene Per l'Oceano errare.

I venti alfin s'acchetano, E la tempesta altera Torna mugghiando a chiudersi Nella magion sua nera.

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