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1798–1837

32. PALINODIA AL MARCHESE GINO CAPPONI.

Giacomo Leopardi

Errai, candido Gino; assai gran tempo, E di gran lunga errai. Misera e vana Stimai la vita, e sovra l'altre insulsa L'età ch'or si volge. Intolleranda

Parve, e fu, la mia lingua alla beata Prole mortal, se dir si dee mortale L'uomo, o si può. Fra maraviglia e sdegno, Dall'Eden odorato in cui soggiorna,

Rise l'alta progenie, e me negletto Disse, o mal venturoso, e di piaceri O incapace o inesperto, il proprio fato Creder comune, e del mio mal consorte

L'umana specie. Alfin per entro il fumo De' sigari onorato, al romorio De' crepitanti pasticcini, al grido Militar, di gelati e di bevande

Ordinator, fra le percosse tazze E i branditi cucchiai, viva rifulse Agli occhi miei la giornaliera luce Delle gazzette. Riconobbi e vidi

La pubblica letizia, e le dolcezze Del destino mortal. Vidi l'eccelso Stato e il valor delle terrene cose, E tutto fiori il corso umano, e vidi

Come nulla quaggiù dispiace e dura. Nè men conobbi ancor gli studi e l'opre Stupende, e il senno, e le virtudi, e l'alto Saver del secol mio. Nè vidi meno

Da Marrocco al Catai, dal Nilo all'Orse, E da Boston a Goa, correr dell'alma Perfezion, della comune e vera Felicità su l'orme a gara ansando

Regni, imperi e ducati; e già tenerla O per le chiome fluttuanti, o certo Per l'estremo del boa. Così vedendo, E meditando sovra i larghi fogli

Profondamente, del mio grave, antico Errore, e di me stesso, ebbi vergogna. Aureo secolo omai volgono, o Gino, I fusi delle Parche. Ogni giornale,

Gener vario di lingue e di colonne, Da tutti i lidi lo promette al mondo Concordemente. Universale amore, Ferrate vie, moltiplici commerci,

Vapor, tipi e cholèra i più divisi Popoli e climi stringeranno insieme: Nè maraviglia fia s'anco le querce Suderan latte e mele, o danzeranno

D'un valse all'armonia. Tanto la possa Infin qui de' lambicchi e delle storte, E le macchine al cielo emulatrici Crebbero, e tanto cresceranno al tempo

Che seguirà; poichè di meglio in meglio Senza fin vola e volerà mai sempre Di Sem, di Cam e di Giapeto il seme. Ghiande non ciberà certo la terra

Però, se fame non la sforza: il duro Ferro non deporrà. Ben molte volte Argento ed or disprezzerà, contenta A polizze di cambio. E già dal caro

Sangue de' suoi non asterrà la mano La generosa stirpe: anzi coverta Fia di stragi l'Europa e fien le parti Che immacolata civiltade illustra

Di là dal mar d'Atlante, ove sospinga Contrarie in campo le fraterne schiere Di pepe o di cannella o d'altro aroma Fatal cagione, o di melate canne,

O cagion qual si sia ch'ad auro torni. Valor vero e virtù, modestia e fede E di giustizia amor, sempre in qualunque Pubblico stato, alieni in tutto e lungi

Da' comuni negozi, ovvero in tutto Sfortunati saranno, afflitti e vinti; Perchè diè lor natura, in ogni tempo Starsene in fondo. Ardir protervo e frode,

Con mediocrità, regneran sempre, A galleggiar sortiti. Imperio e forze, Quanto più vogli o cumulate o sparse, Abuserà chiunque avralle, e sotto

Qualunque nome. Questa legge in pria Scrisser natura e il fato in adamante; E co' fulmini suoi Volta nè Davy Lei non cancellerà, non Anglia tutta

Con le macchine sue, nè con un Gange Di politici scritti il secol novo. Sempre il buono in tristezza, il vile in festa Sempre e il ribaldo: incontro all'alme eccelse

In arme tutti congiurati i mondi Fieno in perpetuo: al vero onor seguaci Calunnia, odio e livor: cibo de' forti Il debole, cultor de' ricchi e servo

Il digiuno mendico, in ogni forma Di comun reggimento, o presso o lungi Sien l'eclittica o i poli, eternamente Sarà, se al gener nostro il proprio albergo

E la face del dì non vengon meno. Queste lievi reliquie e questi segni Delle passate età, forza è che impressi Porti quella che sorge età dell'oro:

Perchè mille discordi e repugnanti L'umana compagnia principii e parti Ha per natura; e por quegli odii in pace Non valser gl'intelletti e le possanze

Degli uomini giammai, dal dì che nacque L'inclita schiatta, e non varrà, quantunque Saggio sia nè possente, al secol nostro Patto alcuno o giornal. Ma nelle cose

Più gravi, intera, e non veduta innanzi, Fia la mortal felicità. Più molli Di giorno in giorno diverran le vesti O di lana o di seta. I rozzi panni

Lasciando a prova agricoltori e fabbri, Chiuderanno in coton la scabra pelle, E di castoro copriran le schiene. Meglio fatti al bisogno, o più leggiadri

Certamente a veder, tappeti e coltri, Seggiole, canapè, sgabelli e mense, Letti, ed ogni altro arnese, adorneranno Di lor menstrua beltà gli appartamenti;

E nove forme di paiuoli, e nove Pentole ammirerà l'arsa cucina. Da Parigi a Calais, di quivi a Londra, Da Londra a Liverpool, rapido tanto

Sarà, quant'altri immaginar non osa, Il cammino, anzi il volo: e sotto l'ampie Vie del Tamigi fia dischiuso il varco, Opra ardita, immortal, ch'esser dischiuso

Dovea, già son molt'anni. Illuminate Meglio ch'or son, benchè sicure al pari, Nottetempo saran le vie men trite Delle città sovrane, e talor forse

Di suddita città le vie maggiori. Tali dolcezze e sì beata sorte Alla prole vegnente il ciel destina. Fortunati color che mentre io scrivo

Miagolanti nelle braccia accoglie La levatrice! a cui veder s'aspetta Quei sospirati dì, quando per lunghi Studi fia noto, e imprenderà col latte

Dalla cara nutrice ogni fanciullo, Quanto peso di sal, quanto di carni, E quante moggia di farina inghiotta Il patrio borgo in ciascun mese; e quanti

In ciascun anno partoriti e morti Scriva il vecchio prior: quando, per opra Di possente vapore, a milioni Impresse in un secondo, il piano e il poggio,

E credo anco del mar gl'immensi tratti, Come d'aeree gru stuol che repente Alle late campagne il giorno involi, Copriran le gazzette, anima e vita

Dell'universo, e di savere a questa Ed alle età venture unica fonte! Quale un fanciullo, con assidua cura, Di sassolini e di fuscelli, in forma

O di tempio o di torre o di palazzo, Un edificio innalza; e come prima Fornito il mira, ad atterrarlo è volto, Perchè gli stessi a lui fuscelli e sassi

Per novo lavorio son di mestieri; Così natura ogni opra sua, quantunque D'alto artificio a contemplar, non prima Vede perfetta, ch'a disfarla imprende,

Le parti sciolte dispensando altrove. E indarno a preservar se stesso ed altro Dal gioco reo, la cui ragion gli è chiusa Eternamente, il mortal seme accorre

Mille virtudi oprando in mille guise Con dotta man: che, d'ogni sforzo in onta, La natura crudel, fanciullo invitto, Il suo capriccio adempie, e senza posa

Distruggendo e formando si trastulla. Indi varia, infinita una famiglia Di mali immedicabili e di pene Preme il fragil mortale, a perir fatto

Irreparabilmente: indi una forza Ostil, distruggitrice, e dentro il fere E di fuor da ogni lato, assidua, intenta Dal dì che nasce; e l'affatica e stanca,

Essa indefatigata; insin ch'ei giace Alfin dall'empia madre oppresso e spento. Queste, o spirto gentil, miserie estreme Dello stato mortal; vecchiezza e morte,

Ch'han principio d'allor che il labbro infante Preme il tenero sen che vita instilla; Emendar, mi cred'io, non può la lieta Nonadecima età più che potesse

La decima o la nona, e non potranno Più di questa giammai l'età future. Però, se nominar lice talvolta Con proprio nome il ver, non altro in somma

Fuor che infelice, in qualsivoglia tempo, Per essenza insanabile, e per legge Universal che terra e cielo abbraccia, Ogni nato sarà. Ma novo e quasi

Divin consiglio ritrovàr gli eccelsi Spirti del secol mio: che, non potendo Felice in terra far persona alcuna, L'uomo obbliando, a ricercar si diero

Una comun felicitade; e quella Trovata agevolmente, essi di molti Tristi e miseri tutti, un popol fanno Lieto e felice: e tal portento, ancora

Da pamphlets, da riviste e da gazzette Non dichiarato, il civil gregge ammira. Oh menti, oh senno, oh sovrumano acume Dell'età ch'or si volge! E che sicuro

Filosofar, che sapienza, o Gino, In più sublimi ancora e più riposti Subbietti insegna ai secoli futuri Il mio secolo e tuo! Con che costanza

Quel che ier deridea, prosteso adora Oggi, e domani abbatterà, per girne Raccozzando i rottami, e per riporlo Tra il fumo degl'incensi il dì vegnente!

Quanto estimar si dee, che fede inspira Del secol che si volge, anzi dell'anno, Il concorde sentir! con quanta cura Convienci a quel dell'anno, al qual difforme

Fia quel dell'altro appresso, il sentir nostro Comparando, fuggir che mai d'un punto Non sien diversi! E di che tratto innanzi, Se al moderno si opponga il tempo antico,

Filosofando il saper nostro è scorso! Un già de' tuoi, lodato Gino; un franco Di poetar maestro, anzi di tutte Scienze ed arti e facoltadi umane,

E menti che fur mai, sono e saranno, Dottore, emendator, lascia, mi disse, I propri affetti tuoi. Di lor non cura Questa virile età, volta ai severi

Economici studi, e intenta il ciglio Nelle pubbliche cose. Il proprio petto Esplorar che ti val? Materia al canto Non cercar dentro te. Canta i bisogni

Del secol nostro, e la matura speme. Memoranda sentenza! ond'io solenni Le risa alzai quando sonava il nome Della speranza al mio profano orecchio

Quasi comica voce, o come un suono Di lingua che dal latte si scompagni. Or torno addietro, ed al passato un corso Contrario imprendo, per non dubbi esempi

Chiaro oggimai ch'al secol proprio vuolsi, Non contraddir, non repugnar, se lode Cerchi e fama appo lui, ma fedelmente Adulando ubbidir: così per breve

Ed agiato cammin vassi alle stelle. Ond'io degli astri desioso, al canto I pubblici bisogni omai non penso Materia far; che a quelli, ognor crescendo,

Provveggono i mercati e le officine Già largamente; ma la speme io certo Dirò, la speme, onde visibil pegno Già concedon gli Dei; già, della nova

Felicità principio, ostenta il labbro De' giovani, e la guancia, enorme il pelo. O salve, o segno salutare, o prima Luce della famosa età che sorge.

Mira dinanzi a te come s'allegra La terra e il ciel, come sfavilla il guardo Delle donzelle, e per conviti e feste Qual de' barbati eroi fama già vola.

Cresci, cresci alla patria, o maschia certo Moderna prole. All'ombra de' tuoi velli Italia crescerà, crescerà tutta Dalle foci del Tago all'Ellesponto

Europa, e il mondo poserà sicuro. E tu comincia a salutar col riso Gl'ispidi genitori, o prole infante, Eletta agli aurei dì: nè ti spauri

L'innocuo nereggiar de' cari aspetti. Ridi, o tenera prole: a te serbato È di cotanto favellare il frutto; Veder gioia regnar, cittadi e ville,

Vecchiezza e gioventù del par contente, E le barbe ondeggiar lunghe due spanne.

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