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1798–1837

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Giacomo Leopardi

Giù ne gli abbissi il Regnator d'Averno Mirava intanto del superno Nume Con invido livor l'avversa gloria, E di sdegno fremendo il popol nero

Abitator de la penosa sede Al rauco suon de la Tartarea tromba Chiama da gli antri tenebrosi, e cupi. Son gl'infernali mostri al cenno pronti,

E l'aspre Erinni, e le latranti Scille, L'ignivome Chimere, e l'Idre orrende Sbucan furiose: sul sulfureo soglio Assidesi Plutone, e fangl'intorno

Spaventosa corona i suoi più fidi. Stige s'arresta, le caverne oscure Si veggono tremar, Cerbero tace, E Satan così parla in tuon severo.

Tartarei spirti, che nel cupo orrore Meco abitate de l'ignito averno, Quel Dio, che già da la magion celeste Noi cader fece in questa nera chiostra,

Tenta involarci ancor la nostra preda: L'uom da noi vinto, che finor già nacque A popolar queste del duol regioni Al cenno mio più non sarà soggetto.

Eh dunque un opra a noi cotanto infesta Inoperosi mirerem? noi dunque Vedrem rapirci i nostri dritti, e il regno Fra queste confinato orride sponde?

No che ver non sarà; miei fidi, andate Forza, e inganno s'adopri, e veda il cielo Che mal si cozza col tartareo Rege. Tacque Plutone; un sussurrar confuso

S'alza per ogni parte, e già d'inganni Tisifone orditrice il cupo averno Abbandona veloce, e dal profondo Regno di morte spaventosa e orrenda

Per l'aspre serpi a l'irto crine attorti Furibonda sen esce, e il passo volge De l'alta Gerosolima a le mura. Furtiva già v'è giunta, e ne la reggia

De l'empio Erode ardita alfin s'innoltra: Allor dal capo un de' cerulei serpi Togliesi, e al petto suo destra lo scaglia; Ei tra le vesti striscia, e in esse ascoso

Lubrico serpeggiando alto furore Col viperino fiato a Erode inspira. Smanioso quegli per l'interna rabbia Vaneggia furibondo: io dunque, esclama,

Io di vile Bambin l'alto dominio Dovrò soffrire? ah non fia vero, ci muoja, E Infante ancor l'estremo giorno miri. Con tali detti l'infocato sdegno

Il barbaro tiranno esprime, e i duci Chiamando a se de le soggette turme Ite, gli dice, e per man vostra vegga Di Bettlem la città spargersi il sangue

De' più teneri infanti; ci tacque, e tosto, A la barbara, e cruda orrida strage Il ferro apprestan l'ubbidienti schiere. La notte intanto il tenebroso velo

Su la terra stendea; dal sonno oppressi I mortali prendean dolce riposo, E regnava il silenzio infra l'oscuro Tacito orrore ond'era avvolto il mondo.

Quando da l'alto ciel fulgido e bello Discende un Cherubin; torbido ci guata L'alta Gerusalemme; indi al Custode Del Redentor Divin così favella:

Del gran Dio messaggero a te men vengo Egli a te m'inviò, l'iniquo Erode Il nato Redentor d'uccider tenta; Fuggi, o Giuseppe, e ne l'Egizie terre

Teco conduci la Consorte amata Ed il Divino Infante: il cenno, è questo Di lui, che in cielo onnipossente regna. Sì dice, e parte, e dispiegando il volo

Ratto ai Magi si porta, e sì lor parla. Il cammin vostro al Dio Sovran fu grato, Gli stenti egli accettò; de l'empio, e crudo Giudeo tiranno la cittade altera

Vuol però ch'evitiate, e ai regni vostri Per altra via n'andiate, onde godere La bella pace, ed il riposo amico. Disse, e scuotendo le veloci penne

Con presto volo al sommo olimpo alzossi. Già dal Gange sorgea la bianca aurora, E rosseggiando il sol l'oscuro velo Vedeasi diradar; sorgono i Regi,

S'apprestano al cammino indi a l'amica Fortunata Bettlem volgono il tergo, E il beato terren lieti baciando Drizzano il passo a le lor patrie sedi.

Itene pur felici, e in seno ai vostri Tranquilli regni il venerato Nume Versi con liberal benigna mano Pace, e felicitade; il nome vostro

Viva immortal; vi sia propizio il Cielo. Giuseppe intanto il Redentor Bambino Seco recando, e insiem la casta, e santa, Immacolata Madre esce ubbidiente

Da la cappanna umile, e a parti ignote Rivolge il passo; il cenno sovrumano Così comanda, e d'ubbidir fa d'uopo Ma quai gemiti oimè, quai pianti, e strida

S'alzano al Ciel; de' tenerelli Infanti Ecco il crudele eccidio, ecco di sangue Tinto il terren; gemon le Madri afflitte, Piangono i Genitori, e il lutto ovunque

Mesto si spande, la tremenda falce De l'aspra morte rosseggiar si vede, E ricuoprono il suol gli estinti corpi. Barbaro Erode! i desolati pianti

Non muovono il tuo cuor, fermo tu resti, E mirar puoi con inumane ciglia Strage sì cruda! il desiato intento Non avesti però l'alto del cielo

Sovrano Regnator l'empia superbia Punir saprà; de l'oltraggiato Nume La possanza, e la forza allor vedrai: Frattanto in preda al tuo furor rimanti,

E piangi nel tuo duol vinto, e deluso.

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