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1798–1837

(3)

Giacomo Leopardi

In un de' più cocenti Giorni di colma estate, una cicala Cantato avea per venti; Sicché de gli altri insetti il vicinato

A una tal cantilena, Che certo non parea d'una sirena, Erasi alfin noiato. Si fe notte: ella tacque. Allora un grillo,

Che avea ritiro di quel palo al piede Ch'erade l'insaziabil cantatrice Musico palco e gloriosa sede, Uscì su l'erba al fresco

De le notturne aurette, E con tremula voce a dir si pose Le solite amorose Sue belle canzonette.

L'udì da l'alto la cicala; e in tuono Di disdegnosa maestà, tu dunque, Vile animal, gli disse, ardito sei Rompere i sonni miei?

Se fosse almen tua voce Armoniosa, e variato il canto, Potrei soffrirti alquanto: Ma così replicando ognor gli stessi

Striduli acuti accenti, Noioso, anzi insoffribile, diventi. Il grillo alzò la testa, E a lei disse: sorella,

Io non so se cantando Voi vi facciate un'armonia più bella; Ma so bensì che quanto è lungo il giorno Voi cantate, ed io taccio e non mi lagno.

Perciò s'io pure or canto, Datevi pace, e s'io Soffro il vostro cantar, soffrite il mio. V'è chi noiar la gente

Pretende impunemente; Ma se da gli altri poi noia riceve, Sopportar non la vuole, ancor che lieve.

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