In un de' più cocenti
Giorni di colma estate, una cicala
Cantato avea per venti;
Sicché de gli altri insetti il vicinato
A una tal cantilena,
Che certo non parea d'una sirena,
Erasi alfin noiato.
Si fe notte: ella tacque. Allora un grillo,
Che avea ritiro di quel palo al piede
Ch'erade l'insaziabil cantatrice
Musico palco e gloriosa sede,
Uscì su l'erba al fresco
De le notturne aurette,
E con tremula voce a dir si pose
Le solite amorose
Sue belle canzonette.
L'udì da l'alto la cicala; e in tuono
Di disdegnosa maestà, tu dunque,
Vile animal, gli disse, ardito sei
Rompere i sonni miei?
Se fosse almen tua voce
Armoniosa, e variato il canto,
Potrei soffrirti alquanto:
Ma così replicando ognor gli stessi
Striduli acuti accenti,
Noioso, anzi insoffribile, diventi.
Il grillo alzò la testa,
E a lei disse: sorella,
Io non so se cantando
Voi vi facciate un'armonia più bella;
Ma so bensì che quanto è lungo il giorno
Voi cantate, ed io taccio e non mi lagno.
Perciò s'io pure or canto,
Datevi pace, e s'io
Soffro il vostro cantar, soffrite il mio.
V'è chi noiar la gente
Pretende impunemente;
Ma se da gli altri poi noia riceve,
Sopportar non la vuole, ancor che lieve.