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1798–1837

27. AMORE E MORTE.

Giacomo Leopardi

Fratelli, a un tempo stesso, Amore e Morte Ingenerò la sorte. Cose quaggiù sì belle Altre il mondo non ha, non han le stelle.

Nasce dall'uno il bene, Nasce il piacer maggiore Che per lo mar dell'essere si trova; L'altra ogni gran dolore,

Ogni gran male annulla. Bellissima fanciulla, Dolce a veder, non quale La si dipinge la codarda gente,

Gode il fanciullo Amore Accompagnar sovente; E sorvolano insiem la via mortale, Primi conforti d'ogni saggio core.

Nè cor fu mai più saggio Che percosso d'amor, nè mai più forte Sprezzò l'infausta vita, Nè per altro signore

Come per questo a perigliar fu pronto: Ch'ove tu porgi aita, Amor, nasce il coraggio, O si ridesta; e sapiente in opre,

Non in pensiero invan, siccome suole, Divien l'umana prole. Quando novellamente Nasce nel cor profondo

Un amoroso affetto, Languido e stanco insiem con esso in petto Un desiderio di morir si sente: Come, non so: ma tale

D'amor vero e possente è il primo effetto. Forse gli occhi spaura Allor questo deserto: a se la terra Forse il mortale inabitabil fatta

Vede omai senza quella Nova, sola, infinita Felicità che il suo pensier figura: Ma per cagion di lei grave procella

Presentendo in suo cor, brama quiete, Brama raccorsi in porto Dinanzi al fier disio, Che già, rugghiando, intorno intorno oscura.

Poi, quando tutto avvolge La formidabil possa, E fulmina nel cor l'invitta cura, Quante volte implorata

Con desiderio intenso, Morte, sei tu dall'affannoso amante! Quante la sera, e quante Abbandonando all'alba il corpo stanco,

Se beato chiamò s'indi giammai Non rilevasse il fianco, Nè tornasse a veder l'amara luce! E spesso al suon della funebre squilla,

Al canto che conduce La gente morta al sempiterno obblio, Con più sospiri ardenti Dall'imo petto invidiò colui

Che tra gli spenti ad abitar sen giva. Fin la negletta plebe, L'uom della villa, ignaro D'ogni virtù che da saper deriva,

Fin la donzella timidetta e schiva, Che già di morte al nome Sentì rizzar le chiome, Osa alla tomba, alle funeree bende

Fermar lo sguardo di costanza pieno, Osa ferro e veleno Meditar lungamente, E nell'indotta mente

La gentilezza del morir comprende. Tanto alla morte inclina D'amor la disciplina. Anco sovente, A tal venuto il gran travaglio interno

Che sostener nol può forza mortale, O cede il corpo frale Ai terribili moti, e in questa forma Pel fraterno poter Morte prevale;

O così sprona Amor là nel profondo, Che da se stessi il villanello ignaro, La tenera donzella Con la man violenta

Pongon le membra giovanili in terra. Ride ai lor casi il mondo, A cui pace e vecchiezza il ciel consenta. Ai fervidi, ai felici,

Agli animosi ingegni L'uno o l'altro di voi conceda il fato, Dolci signori, amici All'umana famiglia,

Al cui poter nessun poter somiglia Nell'immenso universo, e non l'avanza, Se non quella del fato, altra possanza. E tu, cui già dal cominciar degli anni

Sempre onorata invoco, Bella Morte, pietosa Tu sola al mondo dei terreni affanni, Se celebrata mai

Fosti da me, s'al tuo divino stato L'onte del volgo ingrato Ricompensar tentai, Non tardar più, t'inchina

A disusati preghi, Chiudi alla luce omai Questi occhi tristi, o dell'età reina. Ma certo troverai, qual si sia l'ora

Che tu le penne al mio pregar dispieghi, Erta la fronte, armato, E renitente al fato, La man che flagellando si colora

Nel mio sangue innocente Non ricolmar di lode, Non benedir, com'usa Per antica viltà l'umana gente;

Ogni vana speranza onde consola Se coi fanciulli il mondo, Ogni conforto stolto Gittar da me; null'altro in alcun tempo

Sperar, se non te sola; Solo aspettar sereno Quel dì ch'io pieghi addormentato il volto Nel tuo virgineo seno.

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