Verdi panni, sanguigni, oscuri o persi Non vestì donna unquanco, Nè d'or capelli in bionda treccia attorse, Sì bella come questa che mi spoglia
D'arbitrio, e dal cammin di libertade Seco mi tira sì, ch'io non sostegno Alcun giogo men grave. E se pur s'arma talor a dolersi
L'anima, a cui vien manco Consiglio ove 'l martir l'adduce in forse; Rappella lei dalla sfrenata voglia. Subito vista; che del cor mi rade
Ogni delira impresa, ed ogni sdegno Fa 'l veder lei soave. Di quanto per amor giammai soffersi, Ed aggio a soffrir anco
Fin che mi sani 'l cor colei che 'l morse, Rubella di mercè, che pur l'envoglia, Vendetta fia; sol che contra umiltade Orgoglio ed ira il bel passo ond'io vegno
Non chiuda e non inchiave. Ma l'ora e 'l giorno ch'io le luci apersi Nel bel nero e nel bianco Che mi scacciar di là dov'Amor corse,
Novella d'esta vita che m'addoglia Furon radice, e quella in cui l'etade Nostra si mira, la qual piombo o legno Vedendo è chi non pave.
Lagrima adunque che dagli occhi versi Per quelle che nel manco Lato mi bagna chi primier s'accorse, Quadrella, dal voler mio non mi svoglia;
Che 'n giusta parte la sentenzia cade: Per lei sospira l'alma; ed ella è degno Che le sue piaghe lave. Da me son fatti i miei pensier diversi:
Tal già, qual io mi stanco, L'amata spada in se stessa contorse. Nè quella prego che però mi scioglia: Che men son dritte al ciel tutt'altre strade;
E non s'aspira al glorioso regno Certo in più salda nave. Benigne stelle che compagne fersi Al fortunato fianco,
Quando 'l bel parto giù nel mondo scorse! Ch'è stella in terra, e come in lauro foglia, Conserva verde il pregio d'onestade; Ove non spira folgore, nè indegno
Vento mai che l'aggrave. So io ben ch'a voler chiuder in versi Sue laudi, fora stanco Chi più degna la mano a scriver porse.
Qual cella è di memoria in cui s'accoglia Quanta vede vertù, quanta beltade, Chi gli occhi mira d'ogni valor segno, Dolce del mio cor chiave?
Quanto 'l Sol gira, Amor più caro pegno, Donna, di voi non ave.
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