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1798–1837

22. LA QUIETE DOPO LA TEMPESTA.

Giacomo Leopardi

Passata è la tempesta: Odo augelli far festa, e la gallina, Tornata in su la via, Che ripete il suo verso. Ecco il sereno

Rompe là da ponente, a la montagna; Sgombrasi la campagna, E chiaro ne la valle il fiume appare. Ogni cor si rallegra, in ogni lato

Risorge il romorio Torna il lavoro usato. L'artigiano a mirar l'umido cielo, Con l'opra in man, cantando,

Fassi in su l'uscio; a prova Vien fuor la femminetta a còr de l'acqua De la novella piova; E l'erbaiuol rinnova

Di sentiero in sentiero Il grido giornaliero. Ecco il Sol che ritorna, ecco sorride Per li poggi e le ville. Apre i balconi,

Apre terrazzi e logge la famiglia: E, da la via corrente, odi lontano Tintinnio di sonagli; il carro stride Del passegger che il suo cammin ripiglia.

Si rallegra ogni core. Sì dolce sì gradita Quand'è, com'or, la vita? Quando con tanto amore

L'uomo a' suoi studi intende? O torna a l'opre? o cosa nova imprende? Quando de' mali suoi men si ricorda? Piacer figlio d'affanno;

Gioia vana, ch'è frutto Del passato timore, onde si scosse E paventò la morte Chi la vita abborria;

Onde in lungo tormento, Fredde, tacite, smorte, Sudàr le genti e palpitàr, vedendo Mossi a le nostre offese

Folgori, nembi e vento. O natura cortese, Son questi i doni tuoi, Questi i diletti sono

Che tu porgi a i mortali. Uscir di pena E diletto fra noi. Pene tu spargi a larga mano; il duolo Spontaneo sorge: e di piacer, quel tanto

Che per mostro e miracolo talvolta Nasce d'affanno, è gran guadagno. Umana Prole degna di pianto! assai felice Se respirar ti lice

D'alcun dolor, beata Se te d'ogni dolor morte risana.

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