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1798–1837

(2)

Giacomo Leopardi

Un uom riposto il suo tesoro avea In un gran fesso d'un antico muro: Ché quivi occulto renderlo credea, E da l'altrui rapacità sicuro.

Per non scemarlo, egli soffria lo stento; E sol di vagheggiarlo era contento. Una gazzera un dì vide costui Che stava al fesso a far l'innamorato;

E, curiosa de gli affari altrui, Quand'ei si fu rivolto in altro lato, Va, corre al muro, e da persona accorta, Visto il tesoro, in altro luogo il porta.

Non guari andò che ritornò l'avaro Per vagheggiar le amabili monete; E vide (ahi reo spettacolo ed amaro) Vòto il nido affidato a la parete.

Pensar si può com'ei restò di fuore, E qual gelida man gli strinse il core. Pur, del primo stupor rimesso un poco, Tosto si pone ad aguzzar l'ingegno;

Ed alfin s'avvisò che da quel loco Tolto avesse la bestia il caro pegno: Corse, cercò, trovollo in un istante: Chi l'amato tesor cela a l'amante?

Onde si pose disdegnosamente A rampognar la gazzera rapace. Dimmi, le disse, bestia impertinente: L'oro sei tu di consumar capace?

Forse mangiar lo vuoi? forse i denari Rendon satollo un animal tuo pari? Signor, per me l'oro non è: lo vedo: Disse la bestia, tutta in penitenza:

Se colpevole son io, perdon vi chiedo: Ma quanto a l'uso poi, la differenza Stata già non sarìa grande tra noi; Ne avrei fatt'io quel che ne fate voi.

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