Un uom riposto il suo tesoro avea
In un gran fesso d'un antico muro:
Ché quivi occulto renderlo credea,
E da l'altrui rapacità sicuro.
Per non scemarlo, egli soffria lo stento;
E sol di vagheggiarlo era contento.
Una gazzera un dì vide costui
Che stava al fesso a far l'innamorato;
E, curiosa de gli affari altrui,
Quand'ei si fu rivolto in altro lato,
Va, corre al muro, e da persona accorta,
Visto il tesoro, in altro luogo il porta.
Non guari andò che ritornò l'avaro
Per vagheggiar le amabili monete;
E vide (ahi reo spettacolo ed amaro)
Vòto il nido affidato a la parete.
Pensar si può com'ei restò di fuore,
E qual gelida man gli strinse il core.
Pur, del primo stupor rimesso un poco,
Tosto si pone ad aguzzar l'ingegno;
Ed alfin s'avvisò che da quel loco
Tolto avesse la bestia il caro pegno:
Corse, cercò, trovollo in un istante:
Chi l'amato tesor cela a l'amante?
Onde si pose disdegnosamente
A rampognar la gazzera rapace.
Dimmi, le disse, bestia impertinente:
L'oro sei tu di consumar capace?
Forse mangiar lo vuoi? forse i denari
Rendon satollo un animal tuo pari?
Signor, per me l'oro non è: lo vedo:
Disse la bestia, tutta in penitenza:
Se colpevole son io, perdon vi chiedo:
Ma quanto a l'uso poi, la differenza
Stata già non sarìa grande tra noi;
Ne avrei fatt'io quel che ne fate voi.