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1798–1837

18. IL RISORGIMENTO.

Giacomo Leopardi

Credei ch'al tutto fossero In me, sul fior de gli anni, Mancati i dolci affanni De la mia prima età:

I dolci affanni, i teneri Moti del cor profondo, Qualunque cosa al mondo Grato il sentir ci fa.

Quante querele e lagrime Sparsi nel novo stato, Quando al mio cor gelato Prima il dolor mancò!

Mancar gli usati palpiti, L'amor mi venne meno, E irrigidito il seno Di sospirar cessò!

Piansi spogliata, esanime Fatta per me la vita; La terra inaridita, Chiusa in eterno gel;

Deserto il dì; la tacita Notte più sola e bruna; Spenta per me la luna, Spente le stelle in ciel.

Pur di quel pianto origine Era l'antico affetto: Ne l'intimo del petto Ancor viveva il cor.

Chiedea l'usate immagini La stanca fantasia: E la tristezza mia Era dolore ancor.

Fra poco in me quell'ultimo Dolore anco fu spento; E di più far lamento Valor non mi restò.

Giacqui: insensato, attonito, Non dimandai conforto: Quasi perduto e morto, Il cor s'abbandonò.

Qual fui! quanto dissimile Da quel che tanto ardore, Che sì beato errore Nutrì ne l'alma un dì!

La rondinella vigile, A le fenestre intorno Cantando al novo giorno, Il cor non mi ferì:

Non a l'autunno pallido In solitaria villa, La vespertina squilla, Il fuggitivo Sol.

Invan brillare il vespero Vidi per muto calle; Invan sonò la valle Del flebile usignol.

E voi, pupille tenere, Sguardi furtivi, erranti, Voi de' gentili amanti Primo, immortale amor,

Ed a la mano offertami Candida ignuda mano; Foste voi pure invano Al duro mio sopor.

D'ogni dolcezza vedovo, Tristo; ma non turbato, Ma placido il mio stato, Il volto era seren.

Desiderato il termine Avrei del viver mio; Ma spento era il desio Ne lo spossato sen.

Qual de l'età decrepita L'avanzo ignudo e vile, Io conducea l'aprile De gli anni miei così:

Così quegl'ineffabili Giorni, o mio cor, traevi, Che sì fugaci e brevi Il cielo a noi sortì.

Chi da la grave, immemore Quiete or mi ridesta? Che virtù nova è questa, Questa che sento in me?

Moti soavi, immagini, Palpiti, error beato, Per sempre a voi negato Questo mio cor non è?

Siete pur voi quell'unica Luce de' giorni miei? Gli affetti ch'io perdei Ne la novella età?

Se al ciel, s'ai verdi margini, Ovunque il guardo mira, Tutto un dolor mi spira, Tutto un piacer mi dà.

Meco ritorna a vivere La piaggia, il bosco, il monte; Parla al mio core il fonte, Meco favella il mar.

Chi mi ridona il piangere Dopo cotanto obblio? E come al guardo mio Cangiato il mondo appar?

Forse la speme, o povero Mio cor, ti volse un riso? Ahi de la speme il viso Io non vedrò mai più.

Proprii mi diede i palpiti, Natura, e i dolci inganni: Sospiro in me gli affanni L'ingenita virtù;

Non l'estirpar: non vinsela Il fato e la sventura: Non la domò la dura Tua forza, o verità.

Da le mie vaghe immagini Ben so che il ver discorda: So che natura è sorda, Che miserar non sa.

Del nostro ben sollecita Non fu; de l'esser solo: Fuor che serbarci al duolo, Or d'altro a lei non cal.

So che pietà fra gli uomini Il misero non trova; Che lui, fuggendo, a prova Schernisce ogni mortal.

Che ignora il tristo secolo Gl'ingegni e le virtudi; Che manca a i degni studi L'ignuda gloria ancor.

E voi, pupille tremule, Voi, raggio sovrumano, So che splendete invano, Che in voi non brilla amor.

Nessuno ignoto ed intimo Affetto in voi non brilla: Non chiude una favilla Quel bianco petto in se.

Anzi d'altrui le tenere Cure suol porre in gioco; E d'un celeste foco Disprezzo è la mercè.

Pur sento in me rivivere Gl'inganni aperti e noti; E de' suoi proprii moti Si maraviglia il sen.

Da te, mio cor, quest'ultimo Spirto, e l'ardor natio; Ogni conforto mio, Tutto da te mi vien.

Mancano, il sento, a l'anima Alta, gentile e pura, La sorte, la natura, Il mondo e la beltà.

Ma se tu vivi, o misero, Se non concedi al fato, Non chiamerò spietato Chi lo spirar mi dà.

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