O Roma, o nobile città, immortale, Dunque il tuo seno me non accoglie, E l'amor patrio in me non vale? Or tutto è tacito, e un denso velo,
Copre le stelle, che incerte splendono, Tutto è in silenzio la terra, e il cielo. O Fiume, o Tevere, ah tu mi vieti Tornare ai patrj tetti, amatissimi
Giorni a trascorrere contenti, e lieti. Ma un morir nobile più assai mi giova, Che star fra vincoli d'umil ostaggio, Che morte barbara ognor rinuova.
Che pensi, o Clelia? ah non rammenti L'illustre sangue, la patria gloria? E ancor tu palpiti?... e ancor paventi? Dunque... disprezzisi l'alto periglio;
Roma a te vengo, Giove, soccorrimi, Volgi a me provvido pietoso il ciglio. Sì dice intrepida Clelia pensosa; Il cielo mira, a Roma volgesi,
E lieve lanciasi sull'acqua ondosa. Clelia, deh fermati, ah mira il dorso Spazioso, e vasto del Sume rapido, Che gonfio mormora nell'ampio corso.
Ma non ascoltami, e già veloce Lieta galleggia l'ostaggio odiabile Mirando in nobile atto feroce. L'onde ammiraronla, stupiron l'acque,
E meno altere vidersi scorrere; Il padre Tevere pensoso tacque. Già la Romulea opposta sponda Festosa afferra, e ad essa lanciasi,
E così esprimesi lieta, e gioconda. O Nume, o Apolline, che la cittate Saggio proteggi del forte Romolo, Già mira Clelia le mura ingrate.
Se me scacciarono io pur ritorno Nè al mio coraggio pon l'onda ostacolo Ma fu dal Tevere fatto più adorno. Gioisci, o nobile possente Roma,
Che la magnanima illustre Clelia Da' lacci ferrei nò non fu doma.
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