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1798–1837

(13)

Giacomo Leopardi

D'un bel can sul grasso tergo Una pulce prese albergo, E a succhiargli il sangue intesa, Facea pranzo a di lui spesa.

Chi sei tu, le disse il cane, Che abitar fra le mie lane, A mie spalle il gius pascendi? Signor mio, rispose allora

Quella pulce adulatora, Son la vostra serva umile Che, ammirando la gentile Cortesia ch'è in voi riposta,

Son venuta a bella posta Fin da i regni del Perù A giurarvi servitù. Messer acane a questi accenti

Non le fece complimenti: Perché, a dirla, egli non era Di quei cani d'alta sfera, Che si chiaman cittadini;

Ma era un can da contadini. Pur mostrandosi cortese, Nel suo tergo più d'un mese A la pulce lasciò fare

E la cena e il desinare. Quando un giorno, sovra un monte, Lupo fier trovossi a fronte; E focoso, e pien di vaglia,

Impegnò dura battaglia: Ma gli fu sì avverso il fato, Che rimase strangolato. Donna pulce, al caso reo,

Non si perse in piagnisteo Su la morte del padrone; Ma del lupo sul groppone D'un bel salto si lanciò,

Ed a lui diede il buon pro. Disse il lupo: e tu chi sei, Che fai plauso a i vanti miei? Vostra serva, ammiratrice:

Tutta umil, la pulce dice. Che vuoi tu? Mangiar con voi. S'è così mangiar tu puoi. Or la pulce con maniera

Così dolce e lusinghiera, Fe de i pranzi assai felici Sul groppon di due nemici. Forse alcuno in questo fatto

Vuol saper chi sia ritratto. Io per me nessuno addito: V'è chi dice un parasito.

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