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1798–1837

(12)

Giacomo Leopardi

Passando un fiume torbido Con soma assai pesante, Sentia dal fango un asino Imprigionar le piante.

Dovea sforzi incredibili Far per uscir di pena, E guadagnava il margine Con affannata lena.

Un dì con ragli queruli Il misero somaro Al fiume rivolgendosi, Fece un lamento amaro.

Perché mi dai, dicevagli, Un sì difficil guado? È forza del mio spirito S'io non vacillo e cado.

E, per maggior disgrazia, A questo reo cammino Sovente riconducemi Il mio crudel destino.

Da fiume, in stil laconico, Fu a l'asinel risposto: Va: si porrà rimedio A questo mal ben tosto.

Dopo due lune, trovasi Al consueto varco Lasso e anelante l'asino Sotto pesante incarco:

E vede in alto sorgere Avanti al suo cospetto Un ponte, alquanto ripido, Novellamente eretto.

Egli si ferma immobile, E sospirando dice: Dunque or, sì stanco, ascendere Dovrò quella pendice?

O fiume, tu mi liberi Da un mal con altro male. Ma il fiume: taci, o querulo, Stoltissimo animale.

Senza cotante smorfie, Se valicar tu vuoi, O l'erta o il guado scegliti: Ambo evitar non puoi.

Passo di fiume torbido È pur la nostra vita: Dunque aspettar dobbiamoci O il fango, o la salita.

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