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1798–1837

117 (RVF 135)

Giacomo Leopardi

Qual più diversa e nova Cosa fu mai in qualche stranio clima, Quella, se ben si stima, Più mi rassembra; a tal son giunto, Amore.

Là onde 'l dì ven fore, Vola un augel che sol, senza consorte, Di volontaria morte Rinasce, e tutto a viver si rinnova.

Così sol si ritrova Lo mio voler, e così in su la cima De' suoi alti pensieri al Sol si volve, E così si risolve,

E così torna al suo stato di prima; Arde, e more, e riprende i nervi suoi; E vive poi con la fenice a prova. Una pietra è sì ardita

Là per l'indico mar, che da natura Tragge a se il ferro, e 'l fura Dal legno in guisa che i navigi affonde. Questo prov'io fra l'onde

D'amaro pianto; che quel bello scoglio Ha col suo duro orgoglio Condotta ov'affondar conven mia vita: Così l'alma ha sfornita

(Furando 'l cor, che fu già cosa dura, E me tenne un, ch'or son diviso e sparso) Un sasso a trar più scarso Carne che ferro. O cruda mia ventura!

Che 'n carne essendo, veggio trarmi a riva Ad una viva, dolce calamita. Nell'estremo occidente Una fera è soave e queta tanto,

Che nulla più; ma pianto E doglia e morte dentro agli occhi porta: Molto convene accorta Esser qual vista mai ver lei si giri:

Pur che gli occhi non miri, L'altro puossi veder securamente. Ma io, incauto, dolente, Corro sempre al mio male; e so ben quanto

N'ho sofferto e n'aspetto; ma l'ingordo Voler, ch'è cieco e sordo, Sì mi trasporta, che 'l bel viso santo E gli occhi vaghi, fien cagion ch'io pera,

Di questa fera angelica, innocente. Surge nel mezzogiorno Una fontana, e tien nome del sole; Che per natura sole

Bollir le notti, e 'n sul giorno esser fredda; E tanto si raffredda; Quanto 'l Sol monta e quanto è più da presso. Così avven a me stesso,

Che son fonte di lagrime e soggiorno: Quando 'l bel lume adorno, Ch'è 'l mio Sol, s'allontana, e triste e sole Son le mie luci, e notte oscura è loro;

Ardo allor: ma se l'oro E i rai veggio apparir del vivo sole, Tutto dentro e di for sento cangiarme, E ghiaccio farme; così freddo torno.

Un'altra fonte ha Epiro Di cui si scrive ch'essendo fredda ella, Ogni spenta facella Accende, e spegne qual trovasse accesa.

L'anima mia, ch'offesa Ancor non era d'amoroso foco, Appressandosi un poco A quella fredda ch'io sempre sospiro,

Arse tutta; e martiro Simil giammai nè Sol vide nè stella; Ch'un cor di marmo a pietà mosso avrebbe: Poi che 'nfiammata l'ebbe,

Rispensela vertù gelata e bella. Così più volte ha 'l cor racceso e spento: I' 'l so che 'l sento, e spesso me n'adiro. Fuor tutt'i nostri lidi,

Nell'isole famose di Fortuna, Due fonti ha: chi dell'una Bee, mor ridendo; e chi dell'altra, scampa. Simil fortuna stampa

Mia vita, che morir poria ridendo Del gran piacer ch'io prendo, Se nol temprassen dolorosi stridi. Amor, ch'ancor mi guidi

Pur all'ombra di fama occulta e bruna, Tacerem questa fonte, ch'ogni or piena, Ma con più larga vena Veggiam quando col Tauro il Sol s'aduna.

Così gli occhi miei piangon d'ogni tempo, Ma più nel tempo che Madonna vidi. Chi spiasse, Canzone, Quel ch'i' fo, tu puoi dir: sott'un gran sasso

In una chiusa valle, ond'esce Sorga, Si sta; nè chi lo scorga V'è, se no Amor, che mai nol lascia un passo, E l'immagine d'una che lo strugge:

Che per se fugge tutt'altre persone.

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