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1798–1837

109 (RVF 126)

Giacomo Leopardi

Chiare, fresche e dolci acque, Ove le belle membra Pose colei che sola a me par donna; Gentil ramo, ove piacque

(Con sospir mi rimembra) A lei di fare al bel fianco colonna; Erba e fior, che la gonna Leggiadra ricoverse

Con l'angelico seno; Aer sacro sereno, Ov'Amor co' begli occhi il cor m'aperse; Date udienza insieme

Alle dolenti mie parole estreme. S'egli è pur mio destino (E 'l Cielo in ciò s'adopra) Ch'Amor quest'occhi lagrimando chiuda,

Qualche grazia il meschino Corpo fra voi ricopra, E torni l'alma al proprio albergo ignuda. La morte fia men cruda

Se questa speme porto A quel dubbioso passo; Che lo spirito lasso Non poria mai in più riposato porto

Nè 'n più tranquilla fossa Fuggir la carne travagliata e l'ossa. Tempo verrà ancor forse, Ch'all'usato soggiorno

Torni la fera bella e mansueta: E là 'v'ella mi scorse Nel benedetto giorno, Volga la vista desiosa e lieta,

Cercandomi; ed, o pieta! Già terra infra le pietre Vedendo, Amor l'inspiri In guisa che sospiri

Sì dolcemente che mercè m'impetre, E faccia forza al Cielo, Asciugandosi gli occhi col bel velo. Da' be' rami scendea

(Dolce nella memoria) Una pioggia di fior sovra 'l suo grembo; Ed ella si sedea Umile in tanta gloria,

Coverta già dell'amoroso nembo. Qual fior cadea sul lembo, Qual su le trecce bionde, Ch'oro forbito e perle

Eran quel dì a vederle; Qual si posava in terra e qual su l'onde; Qual con un vago errore, Girando, parea dir: qui regna Amore.

Quante volte diss'io Allor pien di spavento: Costei per fermo nacque in paradiso! Così carco d'obblio

Il divin portamento E 'l volto e le parole e 'l dolce riso M'aveano, e sì diviso Dall'immagine vera,

Ch'i' dicea sospirando: Qui come venn'io o quando? Credendo esser in Ciel, non là dov'era. Da indi in qua mi piace

Quest'erba sì, ch'altrove non ho pace. Se tu avessi ornamenti quant'hai voglia, Potresti arditamente Uscir del bosco e gir infra la gente.

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