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1798–1837

10. IL PRIMO AMORE.

Giacomo Leopardi

Tornami a mente il dì che la battaglia D'amor sentii la prima volta, e dissi: Oimè, se quest'è amor, com'ei travaglia! Che gli occhi al suol tuttora intenti e fissi,

Io mirava colei ch'a questo core Primiera il varco ed innocente aprissi. Ahi come mal mi governasti, amore! Perchè seco dovea sì dolce affetto

Recar tanto desio, tanto dolore? E non sereno, e non intero e schietto, Anzi pien di travaglio e di lamento Al cor mi discendea tanto diletto?

Dimmi, tenero core, or che spavento, Che angoscia era la tua fra quel pensiero Presso al qual t'era noia ogni contento? Quel pensier che nel dì, che lusinghiero

Ti si offeriva ne la notte, quando Tutto queto parea ne l'emisfero: Tu inquieto, e felice e miserando, M'affaticavi in su le piume il fianco,

Ad ogni or fortemente palpitando. E dove io tristo ed affannato e stanco Gli occhi al sonno chiudea come per febre Rotto e deliro il sonno venia manco.

Oh come viva in mezzo a le tenebre Sorgea la dolce imago, e gli occhi chiusi La contemplavan sotto a le palpebre! Oh come soavissimi diffusi

Moti per l'ossa mi serpeano, oh come Mille ne l'alma instabili, confusi Pensieri mi si volgean! qual tra le chiome D'antica selva zefiro scorrendo,

Un lungo, incerto sussurrar ne prome. E mentre io taccio, e mentre io non contendo, Che dicevi o mio cor, che si partia Quella per che penando ivi e battendo?

Il cuocer non più tosto io mi sentia De la vampa d'amor, che 'l venticello Che l'aleggiava, volossene via. Senza sonno i' giacea sul dì novello,

E i destrier che dovean farmi deserto, Battean la zampa sotto al patrio ostello. Ed io timido e cheto ed inesperto, Ver lo balcone al buio protendea

L'orecchio avido e l'occhio indarno aperto, La voce ad ascoltar, se ne dovea Di quelle labbra uscir, ch'ultima fosse; La voce, ch'altro il fato, ahi, mi togliea.

Quante volte plebea voce percosse Il dubitoso orecchio, e un gel mi prese, E 'l core in forse a palpitar si mosse! E poi che finalmente mi discese

La cara voce al core, e de' cavai E de le rote il fragorio s'intese; Orbo rimaso allor, mi rannicchiai Palpitando nel letto e, chiusi gli occhi,

Strinsi il cor con la mano, e sospirai. Poscia traendo i tremuli ginocchi Stupidamente per la muta stanza, Ch'altro sarà, dicea, che 'l cor mi tocchi?

Amarissima allor la ricordanza Locommisi nel petto, e mi serrava Ad ogni voce il core, a ogni sembianza. E lunga doglia il sen mi ricercava,

Com'è quando a distesa Olimpo piove Malinconicamente e i campi lava. Ned'io ti conoscea, garzon di nove E nove Soli, in questo a pianger nato

Quando facevi, amor, le prime prove. Quando in ispregio ogni piacer, nè grato M'era de gli astri il riso, o de l'aurora Queta il silenzio, o il verdeggiar del prato.

Anche di gloria amor taceami allora Nel petto, cui scaldar tanto solea, Chè di beltade amor vi fea dimora. Nè gli occhi a i noti studi io rivolgea,

E quelli m'apparian vani per cui Vano ogni altro desir creduto avea. Deh come mai da me sì vario fui; E tanto amor mi tolse un altro amore?

Deh quanto, in verità, vani siam nui! Solo il mio cor piaceami, e col mio core, In un perenne ragionar sepolto, A la guardia seder del mio dolore.

E l'occhio a terra chino o in se raccolto, Di riscontrarsi fuggitivo e vago Nè in leggiadro soffria nè in turpe volto: Chè la illibata, la candida imago

Contaminar temea sculta nel seno; Come per soffio tersa onda di lago. E quel di non aver goduto appieno Pentimento, che l'anima ci grava,

E 'l piacer che passò cangia in veleno, Per li fuggiti dì mi stimolava Tuttora il sen: chè la vergogna il duro Suo morso in questo cor già non oprava.

Al cielo, a voi, gentili anime, io giuro Che voglia non m'entrò bassa nel petto, Ch'arsi di foco intaminato e puro. Vive quel foco ancor, vive l'affetto,

Spira nel pensier mio la bella imago, Da cui, se non celeste, altro diletto Giammai non ebbi, e sol di lei m'appago.

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