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1798–1837

(10)

Giacomo Leopardi

Fra' sommi augelli accolto Era un augel civile; E con benigno volto L'aquila signorile,

Il falco, e gli altri grandi Lo volevano a' prandi, A le feste, a le cene: Non si godea d'un bene

A cui l'augello amato Non venisse chiamato. Curioso a vedere Era un furor di gare:

Ché ognun seco tenere Volealo a pernottare. Festevole, giocondo Di molto era e facondo;

E i grandi insieme uniti Tenea ben divertiti. Abitator di un lido Remoto ei si dicea;

Ma fatto sta che nido Il miser non avea, Né farsen' un potea. Sentia qualche vergogna

A dir la sua bisogna: Alfin tra se discorse: Eh, son questi i momenti Onde frutto raccorre

Da amici sì potenti. Col suo narrar faceto, Un dì, dopo aver messo In umor assai lieto

Tutta la compagnia, Parlar, disse, è permesso De la persona mia? Nulla celar più vo':

Stanza ove prender posa Sappiate ch'io non ho; Né trovarne ho speranza Or che il verno s'avanza.

Di fabbricarla io stesso, Ho invan brama nutrito; Invan tentailo, e spesso: Ne le gambe ferito,

Sono di forze privo; Ed è mirabil cosa Se dopo il colpo io vivo. Questa che tra voi meno

Vita, è ben dilettosa; Ma potria venir meno. Di tanti augei magnati Alcun può facilmente

Un de' nidi più usati Cedere a l'indigente. Ognuno a lui sorrise, E monti e mar promise.

Ma da quel giorno innanzi Alcun più non gli fea Invito a cene o a pranzi; E quando lo vedea,

Servo a vossignoria, Dicea da lunge, e via. Aspro ver ti si svela. Vuoi da gli uomini aiuto?

Il tuo bisogno cela: Se il mostri, sei perduto.

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