In un campo di canapa, che aveva
Il seme ben granito,
A beccare ogni giorno andar solea
Di vari uccelli un numero infinito.
Nel medesimo sito
Stava una Botta di sottile ingegno;
Che si pose a l'impegno
D'indagar la cagion per cui cotanta
Turma d'uccelli s'adunasse insieme
A divorar quel seme.
E diceva fra se: con quella pianta
Si forma il filo; e poi col fil le reti,
Che in aguati segreti
Tese da l'uom, prendon gli uccelli. Or questi
Si danno a tollerar tanta fatica
Perché di questa pianta, a lor nemica,
La semenza non resti.
Questa mia conclusione è veramente
Lampante ed evidente:
Ma ciò non basta: io voglio
Che noto sia con quale agevol modo
D'una quistione io scioglio
Il più difficil nodo;
E come di leggieri
Io tocco il fondo de gli altrui pensieri.
Perciò si volse, e disse a un calderino,
Ch'erale il più vicino:
Olà, parla sincero: Io so il motivo
Onde voi questo seme divorate.
Eccolo: voi cercate
Che la canapa manchi, e manchin poi
Quelle reti, che a voi
Recan tante sventure.
Madonna, no: non ci pensiam né pure.
Oh, come no? dunque perché venite
Così a turbe infinite,
Con un desio sì fervido e vorace,
Questo seme a mangiar? Perché ci piace.
Di qualche fatto spesso
È la vera cagione a noi ben presso:
Ma che? sottil pensiero
Lungi la cerca, e va di là dal vero.