Eccomi, i' son qui dea degli amici, quella qual tutti gli uomini solete mordere e falso fuggitiva dirli; or la volete.
Eccomi. E già del solio superno scesa, cercavo loco tra la gente, pront'a star con chi per amor volesse darne recetto.
Vennine prima in casa de' patrizi principi, donde una maligna coppia fammisi contro, a simili palagi degna famiglia:
Livore è l'uno, macilento, tristo, cinto con serpi e d'odî coperto; Falsitas l'altra. E: «Dea fraudolenta! — gridan ver me —
O dea plebea animosa troppo, della mortale spezie nemica, ché vai errando, petulante scurra? Donde rigiri?
Qual tuo t'ha mo' scellerato fatto spinta dal cielo e relegata d'indi, in tua forma e in varî colori credula troppo?
Imperò quelli subito cadranno» Dissono; e, pregni gli animi minaci, Livore accolse brago; nel mio viso tutto lo 'nvolse.
L'altra malvagia e maladetta diva peggio mi fece; fremitando, colle mane e denti la mia trezza ruppe, l'aurea trezza.
Fuggomi verso il loco di coloro che la Fortuna ha rilevato ricchi, tal che, veggendo gli aditi patenti, dentro ricorsi,
perch'io cresi dove si governa tanta vil turba stolida, imperita, essere almanco dove ricrearmi diva, potessi.
Ma il mio pensiero nichilato manca, perché l'insulsa e tumida astritrice Pompa ed insieme stomacoso Lusso stavano dentro.
Troppo prolisso riferir sarebbe l'impî strazi ch'io lì sofersi, impî, e, certo meritando onore, troppo molesti.
Ambo calcaron la mia fronte bella con piedi lerci , , ch'io mal potesse fiacca ritrarmi.
Tolsimi, benché grave, tutta d'indi, tutta languente; e, per aver quïete, volta' lì verso dove stanza aveva un duce d'armi.
Drizzomi, e venni celerata molto, come chi vien dal mare ad alta ripa, per ritrovarsi dove posta avessi tutta la speme.
Prima ch'arrivi, subito due aspre orride facce, Cura e Insolenza, verso me piene d'animo feroce sfrullano sassi.
Se mai insulto stupefé nimico debile, incauto, dove fosse solo fattoli, così resupina caddi per lo pavento.
Voltâmi in questo dove sta la gente solo che 'ntende a cumular moneta, perché non spera via di potersi nobilitare.
Quivi in sul soglio è deo Pluto, quale blando m'alletta, cupido levarmi forse da dosso la mia bella vesta. Vadone pure.
Come d'entrarvi il piede dentro rizzo, ecco Sospetto, deo rusticale, l'occhio volteggia vigilante, e in me sbatte la porta.
Sclusa, pur cerco ospizio, pregando, piccolo e grande e medïocre per le publiche piazze, peregrina d'ogni soave ricetto.
Ma il deo Indoctus, populare alunno, standosi in mezzo il popular tomulto, molto mi sbeffa, seguitando seco tutta la turba,
sì che m'intano quasi con rubore presso d'alcun del gregge delli amanti, l'ozio d'arti celebri, o studenti del gregge vostro.
Dentro Paupertas, dea molto acerba, come lo scettro imperïal tenesse, fissa mi grida: «O dea inutile, esci, escine tosto!
Tempo non è qui la tua atte vagli, né 'l tuo sdegnoso animo potrebbe col deo Mendax abitare, qual è nostro governa.
Quel dare il vieto suole; quel beato rende chi in finger segue le sue fraudi. Chi segue ingegno buono e arte retta subito perisce».
Poi che da tutti gli uomini infugata, poi che schernita a popular tomulto vidimi, strinsi gli omeri e salinne donde ero scesa.
Ora, sentendo l'odïerna fama torno, né fuggo l'abitare in la terra, sicché, se qui me rimaner volete, lieta rimango,
pur che con meco, mia cara famiglia, Grazia ardente e Fede candidata, possano star, qual, dove son ricette, portano pace.
Da voi solo per mio sagro censo purità voglio. Rifarovvi amore, gaudio, laude e bene sempiterno. State beati.
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