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1404–1472

XVII

Leon Battista Alberti

Venite in danza, o gente amorosa, non tenete ascosa la dolze fiammetta, che sì ben s'asetta

in alma gentile; né sia uom tanto vile che se gli accade amare stia a sognare,

e aspetti «ben faremo», che per venire a lo stremo, quale si stima o brama, convien che amor di dama

s'acquisti per grande uso. Sai chi rimane excluso? el troppo savio e il troppo bello, il superbo, l'inerte e fello,

e chi non sa profferire. Però pigliate ardire, sù, avanti, avanti, suoni, danze, canti

e triumphi d'Amore, e così tale onore, cenni, atti e risi, sguardi non molto fisi,

ma con arte e lieti, parlar' mozzi, quieti, o strani e intesi; gli occhi, gli orecchi tesi

a usar mille pruove, palpeggiar dita e altrove coperto e bellamente. Così chi d'amor sente

or usi leggiadria. E chi vorria d'amor esser privo in luogo sì giulivo

e sì ornato? Quale snervato stesse a lellare, e non disiasse amare

a tutta briglia? Chi pur s'acciglia e d'ogni cosa ha spavento è come chi ha spento

il lume a mezzo l'ombra. Chi pur s'ingombra di tanti «io vorrei», «io farei»,

«ma pure», «le sciagure», «doh», «io non so»,

è un intronato, è un trasognato, è un pezzo di bue, e parli esser più di due

ed è men d'uno; non gli parlare a digiuno, ch'e' non ha mente. E chi d'amor non sente

o nello amar è lento è un portento svelto fuor d'un tronco, ed è monco

d'ogni destro ingegno, ed è sinestro legno a maneggiarlo, e ha nel cuore un tarlo

che 'l fa stare austero, e ch'ogni bel pensiero gli rode e sbarba, talché non gli garba

gentilezza. Ma l'alma che s'avezza a seguir l'orme e le dolci torme

che Amor guida, mai più si snida di tal cova, perché troppo li giova

l'udire e 'l seguire amorose maniere, ed usar fra le schiere

degli amanti, quali con versi e canti osservan fra loro un maraviglioso tesoro:

non metalli cari né avolio, non gemme né picto spolio, né coniato auro. Sai ched è? un verde lauro

a mezzo un fonte, dove sono sconte tutte l'offese ch'Amor par ch'admetta, ed ha in ogni vetta

fronde verzose e belle, dove è il nome di quelle che han pietade, e che ornano suo biltade

di cortesia. Ivi s'oblia ogni vil pensiere, ed è mestiere

seguir voglie sublime, e non fare stime di quel che non dà laude. Ivi s'aplaude

ed è onorato non chi è fortunato e ricco erede, né chi possede

acumulato avere, ma ben chi pò capere fra' pregiati ingegni e fra gli uomini degni

d'esser amati, e che non sono schifati, né han divieto dal sancto ceto

degl'immortali. Ivi si prendon ali a seguire ogni impresa, e hane suo voglia incesa

acquistar lodo per merto. Hen, che un tal cuore erto superchia ogni gran cosa! Però, gente amorosa,

pigliate ardire. Sù, seguir, seguire l'arte e l'officina, con che Amor affina

ogni cuor frale. Di grado in grado sale l'acquistar merzede, e non s'avede

ch'ell'è giunto al sennone, dove è tenzione: «e perché?», «anzi», «deh»,

«oh lasciami stare!». Ma' non si vuole acquistare grado in donna altiera, o ch'è spiatata fiera

a chi la trassina: ella rompe e sfascina ogni amorosa impresa, e sta sempre tesa

a vincer d'onte, colle sanne pronte, colle ciglia grottose, colle mani sdegnose.

«Uh», «oh», «ch'è questo?». Lascialo star quel testo pien di bizzaria! Questa pur si dovria

cacciarla a far lucignoli, e fra i diti mignoli mostrarli il dito grosso. L'una ha un sopraosso

in sul naso, e gli occhi infiati; l'altra ha gli occhi schiacciati adentro un mezzo miglio; l'altra ti porge un piglio

e par ch'ogni uom gli puta; quale è scrignuta, monca o sciancata, cispa e sdentata,

o vizza o rognosa. Oh, oh, che dolce cosa por amor a tal gente, che tanto son contente

quanto le stratiano altrui! Visi di bui, capi bitorzuti, con vostri imbiuti,

con vostre trampe e stregghioni, con insaccar lomboni, col ceffin composto, con lo andare iscosto,

dite «chi ne vuole?», eh, e date altrui cazzuole coll'occhietto. Ma io me ne diletto,

e compro il temporale per tanto quanto e' vale, di merce a merce. Bufole chiacciat' e lerce,

trombe fesse e vane, gite a impastar pane per li spedali. E vo', Dive immortali

che avete gentilezza, fuggite chi Amor sprezza in bella etate, e voi stesse ornate

d'un costume amoroso e d'un cuor piatoso che ogni bellezza avanza, e gite in danza

come innamorata. Chi vuol esser amata convien che ami. Vostri lacci e legami

non sia pompa né superbia, perché ogni uom vi proverbia, ma sieno risini vezzosi, dove stieno nascosi

dea Vesta e Cupido; e gli occhi, che son nido di spiritelli accesi, mai sian discortesi

a chi v'adora. Quel che un bel viso onora non è il brasil, né 'l velo, né iscolorir el pelo;

anzi è amar chi v'ama, e nell'amorosa trama un porger d'opra. E s'egli è chi vi scopra,

con acti e con sospiri, soffrire per voi martiri, e ardendo merzé preghi, ah, non sie chi gli nieghi

dargli talor conforto, perché faresti torto a vostra cosa. Chi in voi riposa

ogni suo voglia e spene, merit' e' pene al ben servire? Aitatel, oimè, soffrire

la pena amorosa. E' soffre ogni cosa chi un bel viso mira, perché indi s'agira

al cor non so io che dolce, che spesso lo folce a mezzo il cielo; né teme caldo né gelo

l'alma che si pasce di quello che nasce infra 'l pensare e 'l rassembrare

le lodi d'un bel viso: quanto el miri più fiso, tanto vie men ti sazii. Ivi son gemme e topacii,

che sprendon più che 'l sole. Rose, gigli, viole son belle in verde prato, ma un viso innamorato

è via più bello. Io ho visto ausello fra' ramuscei fioriti con versi arditi

lodar, magnificar ciascuna stella; ma leggiadra donna e bella

merita più lode. Ed ho visto alle prode di curri triumphali titoli immortali

e gloriosi; ma non son sì famosi no quanto un bel viso merta. Ed ho visto inserta

fra' sacrati ornamenti gemma che' lumi ha spenti; ma un risino gentile con uno aere umile

l'abatte, e stanno guatte, astratte, Muse, ninfe e dèi a vagheggiar colei

che save amare. Deh, non vi fate pregare adunque per vincer prova, di quel che poi vi giova

s'altri vince. Sa' che è che pregio convince? Non chi mantien contesa, né chi tanto pesa

ogni suo voglia, che altri si stoglia dallo avezzato amore; ma ben v'è palma e onore

a saziare, superchiare di gratia altrui, anzi gire ambodui

fra·llo amoroso sciame ad un legame in un pari passo. Aimè lasso,

che donna inamorata può esser beata, ma non me lo crede. Ben sai che le fede,

e l'esser sciolto non può essere svolto più che altri si voglia; el viver sanza doglia

non ha pari, e son preciosi e cari e giorni lieti. Ma chi è che divieti

alle donne amorose tôr e dar 'ste cose a ogni sua posta? E forse che gli gosta

il soggiogarsi a tanti, dargli alegrezza e pianti, altro ch'un volger d'occhi? Né par che mai si sbrocchi

stral ch'è in cuor gentile (deh, né anche in cor vile indi si scarchi!), e con sì vivi marchi

al cuor s'impronta, che per sdegno né per onta mai si sforma. Però chi ha da far non dorma,

e segua il suo viaggio; e chi non è saggio impari; e chi sta guari,

e del star si contenta, convien certo si penta tardi, ma a suo costo. Però levate sù, tosto,

donne innamorate! Gite, onorate questa festa! S'egli è tra voi chi stia mesta

perché il suo amante è altrove, dicami dove, e io lo manderò a chiamare. Io son disposto aitare,

servire, gradire, magnificare qui e in ogni lato qualunque innamorato

esser si voglia. Ma io temo che vi spoglia, come altre volte spesso, forse anche adesso

d'un bel piacere, donne, il non sapere contentare voi stessi, e aver sommessi

vostri pensieri e arte da ogni parte a trassinare, rivolgere e ripensare

troppo ogni forse. Sapete quel che porse nella albana victoria triompho e gloria

al già vinto Romano? Fu l'astuta mano del pronto Oratio, che in tempo al Curiatio

persecutor si volse, e insieme acolse voluntà, arme e stagione, e seppe collo sprone

vendicarsi, e ornarsi nel triumpho lugubre di tre spoglie rubre

in german sangue, onde Alba fu langue sotto leggi externe, e a lui fur lode eterne,

talché in ogni storia e in canuta memoria ancor son verde. Né può chi tempo perde,

o nol sa adoperare, mai più racquistare tesoro sì caro, perché gli è troppo avaro

a' dolci spassi. E poi che 'l tempo en vassi, donne, e non torna mai, oimè, che doglie e guai,

e quanto stracca, oimè, anzi fiacca el ricordarsi, l'incolparsi

«i' dovea», «i' potea», e gastigarsi dapoi, e gustar gli errori suoi,

e darsi el torto, essere ardito e acorto ove non giova né forza né prova

di sapere, d'arte o d'inganno. Oimè, oimè, che affanno! oimè, che doglia! Ove cresce voglia

el sperar scema. Non abiate unque tema, donne, non vi sfidate. Che pur pensate,

che vi tenete a·bbade, ora che 'l tempo accade a triumphar d'Amore? A che tenere in cuore

quel che vi strugge, e che vi cuopre d'ugge, e tolvi ardire, e potevi scoprire

meco a fé sicura? Io so aver misura nel parlar, nell'andar

e nello star muto, e insieme esser astuto, nescio e pronto; e voluntier m'affronto,

ove creda servire ciascuno, svilire ogni amor tardoso solo per far gioioso

chi amor segue; e compor paci e tregue, aitar, guidar,

coprire e scoprire sospiri e doglie, e le dolci voglie

di chi ama. E che? Onde surge fama più ardita, e più nutrita

di voci e lode, colle piume più sode e più cianciera, che della grata schiera

de' cari e avari servigi e doni, che dovunche gli poni

fructan merti, né possono star coperti sotto l'ingrata mano, che non perda un gran brano

d'util' gratie altronde? Anche, e donde si porge più grato e più accertato

il bene servire, che quando e' fa uscire di sua opera e forza un piacer che caccia e amorza,

isveglie e matura ogni acerba cura, ogni spavento, ogni pensier lento,

ogni albagia? Anzi vero, chi potria star che non servisse, non prefferisse

soccorrer, satisfare alle voglie, allo spettare di chi amor sente, e cercasse far contente

l'alme affannate, ch'ogni ora mille fiate infra sospir' son gite ratenute, sbigottite, sparute,

smarrite, scambiate, riposate in altrui seno? E, per Dio, non è meno

il piacer che contenta chi sua fiamma ralenta per lo servir d'altrui, che sia di colui

che 'l dono suo ben assetta, e più là non aspetta che insino che gli esca di sua mano, e acresca

util, gratia e piacere a chi lo sa volere cortese e presto? E non è meno foresto,

meno incivile, men discortese e vile chi 'l don porger non vòle, che chi 'l don porto non tole

ov'è pregato? E di questo pur beato, mi commandiate, e adoperiate

in ogni vostro volere: a me sarà piacere troppo il contentarvi, aiutarvi,

andare, stare, portare e riportare

parole, doni, che sono gli sproni che l'alma impinge, insiem' e stringe

a l'amarsi, col desto ricordarsi che pasce amore, e non gli par disonore

esser suggetto. E non arò men diletto del servire, quanto del sapere, ridere, vedere,

udire che atti e che maniera e quanto voluntiera ascoltasse, e di che adomandasse

e costei di colui, e colei di costui, e prima e poi, e stesse in su' suoi,

or sorridendo, or dolze premendo gli occhi e la voce, qual è a chi pur cuoce

ancora l'altrui foco; e come a poco a poco usciron da entro al core sospiri pien' d'amore,

queti queti e fucati, e come con gli occhi ornati d'un atto che scopriva quel che 'l cor pativa,

s'atterroe, e ben mille fiate si scambioe il bel colore al viso, e mirando fiso

si racolse pian piana e poi si volse strana, vaga e piatosa, e in modo vergognosa

balenò fiamme ardente, che furono accese e spente, abagliate e ralumate

in un momento, con un tremolar di mento insieme e di labrucci, e con mille vezzosi crucci

in fronte lieta; come or turba or quieta le ciglia e 'l seno strinse con bella arte, e finse

non sapere, non volere, non ricordarsi, e poi sdegnarsi

con superchia onestade, fuggir e aver pietade, poi che si sente amare; e perché 'l saper pregare

d'altrui la 'ncende, ove suo voglia frende in poco spatio, e il soffrir suo, ch'è satio

di tarde speme e teme; e l'alma insieme carcata, impiuta, combattuta, atterrata

infra' sospiri accolti avesse e pensier' stòlti non so dove. Mai sì, donne, questo mi move

a profferire, gradire, servire, lodare, atare, magnificare

chi ama ardito, che già chi·nn'è servito ne gode, e acquistane lode

chi con fé serve; e l'alma mia, che ferve ogni ora più che non sòle sotto un velato sole

ch'ora m'è nascoso, mi fa esser piatoso d'altrui pene.

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