Piango cantando. Oimè, debb'io morire?
Misero me, misero me, i' moro,
e io stessi m'accoro;
i' fuggo ogni salute al mio languire.
Misero chi si crede
aminuir l'ardore,
discoprendo la fede,
ch'altrui li fa signore;
oimè, coperto amore
convien serva a sua posta e libertade,
benché l'altrui pietade
c'inviti a confidar nel ben servire.
Aimè, ch'i' mi pensai
rallentar mïa doglia,
e parte mi fidai
discoprir mïe voglia.
Infelice chi spoglia
l'arme che col soffrir molto l'aita!
Meglio è finir sua vita,
che dover senza merto altrui servire.
Ripenso, duolmi, spasimo,
e meco ne fo storia;
lodo, ispero, biasimo,
e riduco a memoria
che pure egli è vittoria
poter, perdendo, adoperar sue armi.
Io andai a legarmi,
e né posso tacer, né gliel so dire.
Invidiosa Fortuna,
anzi i' fui stolto;
non sapev'io che niuna,
benché la serva molto,
soffrì mai sie sciolto
da' lacci, con che Amor ne inreta e tiene?
Or pianger ne conviene,
stolti, che al fuoco entràn credendo uscire.
A noi, meschini amanti,
qual dura non si pieghi,
udendo nostri pianti,
nostri sospiri e prieghi?
Chi sarà che dinieghi
che un fedel servir merti merzede?
O Iddio, altri pur vede
che fede e onestà mi fa soffrire.