Corimbo, giovinetto avernïese,
bello, prudente, virtuoso, onesto,
in cui eran d'Amor le faci incese,
di selva in selva giva solo, mesto,
spegnendo con le lagrime la vampa,
qual a sé stesso lo rendeva infesto.
Spesso «Infelice» dicea «chi inciampa
in questi lacci tuoi, crudel Cupido!
Felice chi da' tuoi strali campa!
Che è a dir, ch'i' fuggo ov'io stessi mi guido
e duolmi troppo quel che più mi piace,
e troppo temo, ov'io troppo mi fido?
Accendo co' sospiri in me le face,
qual' pure i' copro, e pur vorrei scoprire:
mio dolore entro prega, e di fuor tace».
Che fai, Corimbo? Stolto chi si crede
pietà trovar più in altri che 'n sé stessi!
Prendi da Amore quanto ti concede.
Stolto, Corimbo, stolto se credessi
con libertà poter viver suggetto:
potresti assai, se te stesso vincessi.
Ma' sempre suole Amor chiuso nel petto
più palesarsi quanto più l'ascondi:
non val contra l' iddii l'uman concetto.
Che fai, Corimbo? Te stessi confondi.
Ben scorge chi tu servi in un sospiro
qua' sieno de' pensier' tuoi i più profondi.
Se 'l ciel si porge a voi sdegnoso e diro,
miseri amanti, vincete soffrendo.
Matura il tempo ogni vostro disiro.