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1404–1472

XV

Leon Battista Alberti

O Tyrsis, ben ti godi quinci al sole: tu ti trastulli e strizzi con la Mea. Felice è chi amando non si duole! Floro, non ha queste Alpi una più rea

di lei. Sta' qui doppo e vederai: la non mi digna più qual mi solea. La Niera mia mi fugge, né fu mai più sventurato amante. Aimè, piangiamo!

E' mi giova saciarla di mie' guai. Floro, non far cossì, non far. Io amo, anche io amo, anci ardo, i' moro, e pur sto lieto. Fa' come io. Cantiamo.

Mea mia dolce, dai capei de l'oro, o saporita dal viso rosato, che hai quelli occhiazzi più bei che 'l mio toro né son sì liete in un fiorito prato

le ape inzucarate a usir di schiera, quanto son ïo po' che m'hai guatato. Or provi quel che è amor fanciulla altiera. S'i' solevo sonar, cantar, ballare,

e mottegiar ridendo volentiera, come un giovenco mal uso ad arare superbo or si rimpreme, or fuge inanti, cossì la Niera. O che tormento è amare!

El bisogna per certo che tu canti, che prima staria el ciel senza le stelle che la dona non strazi gli suo' amanti. Orsù, diciàn de le fanciulle belle,

qual' sano amare e d'ognun son lodate. Qui son duo can'; lassa ir le pecorelle. Non direi a te no. Diciàn. Cantate, silve, con nüi, fiere ed umbre triste;

laude anci fie più aver che Amor pietate. La Niera spesso mie lacrime ha viste; e quante volte soferto hai ch'io mora, Niera crudele, con tue false viste!

Nymphe, cantate; e risonate ancora, aure, con nüi, rivi, fronde, augelli. Audissi Amor chi lui cantando onora. La Mea con quei soi ditaggi belli

di fiori scelti mi fa girlandette, poi me le asconde doppo gli arbosegli. Se Amor è iusto e pio, come 'l permette che chi servendo el prega ognor più stenti?

Son per me spinte sue face e saette. Non senza pioggia e furïosi vènti porge suo' fior' l'aliegra primavera, né Amor suo' don' senza pianti e tormenti.

Vidi io già unda rüinosa e fiera gir mormorando ed urteggiando sassi: ancora è più superba la mia Niera. Dura, ostinata è chi non amassi:

sogionsi, cantan li augeleti amando; aman le fiere, gli orsi, lupi e tassi. Duro, ostinato chi pur consumando siegue suo inzegno, pensier', passi e giorni,

ognor con meno speme disïando. Va. Io aspeto che la Mea ritorni. Lieto io, lieta lei, quando mi vede. Amor ha in odio i tuo' sguardi musorni.

Serà costei, che sì tieco si siede, prima d'un occhio che d'un uom contenta? Tu corri e lepri, ed altri ai lazzi siede. Arà il sole la sua luce spenta,

quando la Niera ti cominci amare. Non è superba chi d'amor mai senta. Serano i pesci in cielo, e stelle in mare, quando la Mea tua non ti deleggi,

o dispiacia a la Niera el mio cantare. Chi ti amaria te, che sempre aspreggi? Schifano el gioco in aspro campo i buoi; prieggia Amor lieti e risi e moteggi.

Ove se', Niera? ed or, che più? che vòi? Ma non iscuso te, benché me incusi: la nostra asprezza vien dagli amor' tuoi. O giovaneti, in amar poco usi!

Tu, Tyrsis, che oggi vivi in gioco e festa, già lieti più di te qui vidi exclusi. Né mai fu in dona fronte tanto mesta, che di riso talor non si adornasse;

né fu, amata, mai chi non amasse. Ma tiensi troppo chi troppo è richiesta.

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